L’infanzia ai tempi della #crisi

In un periodo come quello che stiamo attraversando, dove la disoccupazione e la povertà avanzano, come al solito sono i più deboli a pagare le più drammatiche conseguenze. La fotografia scattata da Save the Children sull’infanzia in Italia è impietosa: la contrazione dei consumi alimentari delle famiglie con almeno un minore colpisce a macchia di leopardo, il sud come il nord. Così come la flessione sui servizi dedicati all’infanzia, cioè la presa in carico dei bambini da parte degli asili nido o i servizi integrativi. Siamo un Paese che si sta impoverendo e i tagli ricadono pesantemente anche su quello che sarà il futuro dell’Italia. Le famiglie con minori che vivono in povertà assoluta sono una realtà che colpisce indiscriminatamente regioni settentrionali e regioni meridionali. Si stimano oltre 600 mila famiglie che non hanno un tenore di vita considerato “accettabile”, cioè che non possono permettersi un alimentazione adeguata allo sviluppo del bambino o le visite mediche specialistiche, figuriamoci le tasse o i libri scolastici (che sono tenuti fuori dal “paniere essenziale” e quindi non calcolati). Qui anche il necessario è un lusso.

I paesi europei più colpiti dalla crisi: Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e naturalmente Italia, hanno visto anche una forte flessione nelle nascite. Questo perché una coppia, prima di mettere al mondo un figlio, ci pensa molto bene e non sempre è in grado di permettersi di crescere un bambino. Peggio se gli Stati, o le strutture amministrative, non aiutano le giovani coppie con interventi sociali importanti.

Alla povertà materiale consegue una povertà intellettuale, nei paesi sopra citati è in aumento l’incompetenza scolastica e diminuisce il livello di alfabetizzazione. In Italia la dispersione scolastica ha raggiunto livelli preoccupanti e il danno rischia di propagarsi al futuro sviluppo del Paese. Una generazione non adeguatamente istruita, non avrà gli strumenti necessari per svolgere il processo di innovazione di cui lo Stato avrà bisogno in futuro. Il divario economico-sociale, tra chi ha troppo e chi non ha nemmeno il necessario, è destinato ad aumentare con queste premesse. Questa barbarie è il risultato di quel capitalismo che, secondo eminenti economisti, dovrebbe portare ricchezza e prosperità. Affermazione che non ha mai trovato riscontro nella realtà, se non per quel 10% di persone che il capitalismo lo impongono sul 90% della popolazione il quale lo subisce. Risulta inaccettabile che ai bambini venga tolto il necessario, così come il futuro, per dare il “lusso” ad una minoranza.

Se veramente vogliamo che il futuro sia migliore, occorre un’inversione di tendenza nelle politiche rivolte all’infanzia e più in generale nel modo di vedere l’economia. Quest’ultima oggi è focalizzata soltanto sul profitto a tutti i costi invece di essere strumento per un’equa ripartizione delle risorse e delle opportunità. Anche per un profano in materia economica è chiaro che non è l’economia in sè il male (in quanto strumento), ma l’aberrazione risiede nell’ingordigia di chi ne fa un uso immorale. Fin quando sarà permesso di premiare con lauti compensi i manager di banche e grandi società artefici del disastro economico, non sarà possibile nessun cambiamento. Paradossalmente ci si avvia, in questo modo, a una più difficile uscita da questo turbine perverso che sta ingoiando i nostri figli.

Una società che non ha a cuore i propri figli è una società destinata a scomparire.

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