Susanna #Camusso, libertà è partecipazione!

Tornato a casa da uno sciopero indetto dalla FIOM ricordo che mio padre disse a me e mia sorella “lo facciamo anche per voi”.

E io, che ero piccola e come tutti i bambini un po’ conservatrice, non capivo, perché da grande non avrei fatto il metalmeccanico, avrei fatto la cuoca, o l’ingegnere, o la cantante (sono stonatissima e comunque alla fine ho fatto il chimico). Oggi però capisco e come sempre è troppo tardi: l’articolo 18 non c’è più, ci sono gli esodati, i contratti atipici sono la norma e qualcuno sostiene pure che tutte queste cose portano ricchezza al Paese.

A caldo Susanna Camusso ha ragione, lo sciopero generale non basta più. Ma la questione merita di essere approfondita. Giorgio Cremaschi, su MicroMega, mette il dito nella piaga: all’ascesa di Renzi da una parte e al malcontento che alcune categorie hanno sollevato nei confronti dell’istituzione del sindacato non ci si deve inchinare. Inoltre sempre Cremaschi fa notare che gli scioperi generali indetti dalla CGIL sono stati, ultimamente, ben pochi e nemmeno troppo convincenti.

Per molti motivi quello che manca in Italia (e secondo me anche in Europa) è l’aggregazione sociale, ovvero la capacità delle categorie o delle professioni e dei mestieri di svestire i panni della corporazione per indossare quelli ben più realistici della classe. Questa stortura è molto evidente nel conflitto generazionale che si è venuto a creare, quello che mette i figli contro i genitori. Ma è anche presente in conflitti più circoscritti (medici contro infermieri e viceversa, operai contro tecnici, genitori contro insegnanti, e così via) e quindi più difficili da analizzare.

Il precariato è un problema enorme, ma non è nuovo e non appartiene solo all’Italia. Oggi moltissimi giovani vivono con i genitori pur lavorando e in questo modo contribuiscono al problema: avendo anche malamente le spalle coperte, abbassano il potere contrattuale di tutti. In sostanza chi non può permettersi un aiuto da parte della famiglia versa in condizioni disastrose perché paradossalmente il suo lavoro può essere svolto a costo bassissimo da persone un pochino più fortunate di lui. Lavori malpagati non dovrebbero essere accettati da nessuno, nemmeno dagli extracomunitari che vivono, grazie alle politiche italiane sull’immigrazione, con la spada di Damocle del permesso di soggiorno: è utopistico, ma rimane un errore continuare a farlo e lo so perché purtroppo l’ho fatto anch’io in passato, perché avevo una famiglia non ridotta alla fame, una sorella che lavora tutt’ora e un secondo lavoro part-time ben pagato. So che non sono l’unica ormai a pensarla così, ma sono anche consapevole che da questa situazione è difficile uscire, è come se avessimo creato un mostro che continua a nutrire se stesso.

La mia modesta proposta a Susanna Camusso e ai sindacati in generale è quindi di tornare a rappresentare una classe sociale. Non c’è ragione per cui la scomparsa dell’articolo 18 aiuti i precari, quello che sarebbe stato auspicabile era una sua estensione. Includere, aggregare, solidarizzare. Purtroppo moltissime persone, una volta entrate nel mondo del lavoro, competono fra loro al ribasso. Queste stesse persone dovrebbero iniziare a sentirsi in diritto e in dovere di partecipare a scioperi e manifestazioni in cui si riconoscono non come categoria professionale, ma come classe. Anche se siete ricercatori o insegnanti o medici non siete e non sarete mai “classe media” o “piccola borghesia”. So che suona antico e fuori moda, ma è proprio questo che hanno fatto decine di anni di pessima politica e ottima propaganda: avete creduto di essere “proprietari” di una casa perché la pagate col mutuo (no, non è vostra, è della banca), o risparmiatori, se non addirittura investitori, perché avete un conto corrente, vi hanno detto che i vostri nemici erano quelli col “posto fisso” (specialmente se posto pubblico) perché al contrario voi eravate quelli coraggiosi che puntavano tutto su se stessi e le proprie capacità e solo grazie ai fannulloni avete perso la guerra.

Non è così: siamo una classe sociale ricattabile, che non ha nessuna credenziale per cambiare una sola virgola del proprio contratto, se mai ne avrà uno, e che, cosa ancor peggiore, crede che le Thatcher de noantri risolveranno i problemi del Paese. Bene, la Nazione non esiste, non esiste il “popolo italiano” o la “società civile”, non esistono gli “italiani”, esistono le classi sociali se avete ancora il coraggio di riconoscerlo, compagni.

Commenta con il tuo account Facebook

Laura Bonaventura

“Non comanderò, né sarò comandato”

Lascia un Commento