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Politiche di austerità o politiche di classe?

Non molto tempo fa mi sono occupato della centralità della lotta di classe (soprattutto) nell’era che stiamo vivendo, quella che il compianto filosofo Costanzo Preve chiamava “Capitalismo assoluto”. Essendo oggi il capitalismo assunto come natura, spinozianamente parlando, cioè naturalizzato, messo lì ad essere meramente contemplato e descritto acriticamente, esso manifesta tutto il suo brutale modus operandi attraverso la crisi globale che stiamo vivendo.

Dall’avvio della rivoluzione neo-liberista di fine anni ’70 inizio ’80 (che ha visto i suoi padri politici nel duo Reagan-Thatcher) l’attacco al lavoro si è fatto esplicito.
Neo-liberismo che, si badi bene, è stato tutt’altro che liberista e tutt’altro che ostile alle politiche governative. Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi descrivono, nel loro lavoro “La Grande Recessione e la Terza crisi della Teoria Economica”, in maniera encomiabile il perché e il come le politiche governative (e soprattutto lo spostamento dell’intervento statale dalla politica fiscale alla politica monetaria) abbiano alimentato il Finanzcapitalismo (Gallino) e il surriscaldarsi dei mercati finanziari.

Questo nuovo capitalismo, nelle parole di Bellofiore ed Halevi, quindi

ha avuto il volto trino della finanziarizzazione del capitale, della
frantumazione del lavoro dentro la nuova catena del lavoro transnazionale, della sempre più intensa
concentrazione della politica economica nella politica monetaria.

Arriviamo ora a quello che è il cuore di questo scritto. Stando a quanto dichiarato da Fred Moseley, uno dei massimi studiosi di teoria economica marxiana, la crisi degli anni ’70

[…] è stata chiaramente una crisi di profittabilità, il tasso di profitto si era ridotto di circa il 50% dai livelli del dopo guerra negli USA (e un simile andamento si è avuto in tutti gli stati capitalisti).
Ciò che è importante sottolineare è che i capitalisti risposero a questo imponente declino del saggio di profitto facendo tutto ciò che potevano per ripristinare il saggio di profitto ai livelli precedenti.
Queste azioni comportarono tagli generalizzati dei salari, specialmente ai benefit, intensificazione del lavoro, globalizzazione ed esternalizzazione della produzione verso aree del mondo a basso salario.

Le politiche, quindi, che vennero attuate al fine di ristabilire un saggio di profitto congruo al modus operandi capitalistico furono chiare politiche di classe contro il lavoro. Dal seguente grafico possiamo notare quanto i salari in percentuale al PIL negli USA siano crollati dagli anni ’70 ad oggi, a seguito dell’attuazione di queste chiare politiche contro il lavoro.

Salari in percentuale al PIL (USA)

Un altro chiaro, esplicito esempio di come il capitalismo produca, attraverso la sua instabilità e le sue fluttuazioni cicliche, chiari attacchi al lavoro è fornito dal grafico sottostante:

Salari e profitti aziendali (USA)

I “corporate profits” hanno raggiunto il loro massimo storico mentre i salari (wages) sono al livello più basso di sempre. D’altronde lo aveva chiaramente detto Warren Buffet che “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi! [i capitalisti, nda]”. Lasciamo gli Stati Uniti e occupiamoci dell’Europa, ove i risultati del conflitto (ribaltato) tra Capitale e Lavoro non sembrano essere assai differenti.

Nonostante la letteratura economica internazionale abbia, da tempo, espresso pareri fortemente negativi sull’adozione di politiche di austerità in tempi di recessione, di crolli della domanda, di insolvenze delle imprese e quant’altro, l’Europa e la Troika (BCE, FMI, Commissione Europea) non sembrano dare segnali di un cambio di rotta imminente.

Ma non è un caso o un semplice “misunderstanding” degli effetti delle politiche economiche di austerità. Come spiega Alain Parguez, Professore Emerito di Economia, la costruzione dell’Unione Monetaria Europea fu un progetto francese volto al “poter guidare l’Europa ritenendosi [la Francia, ndt] capace di imporre una “politica” ben più letale di quella vigente in ogni altro Paese […] l’Euro è stato [quindi, ndt], sin dall’inizio, il capro espiatorio della decadente classe tecno-governativa francese”.

A questa dichiarazione va aggiunto quanto detto da Riccardo Bellofiore, cioè che

il progetto di unificazione monetaria è stato l’alibi per imporre “con le mani legate” quelle politiche di classe che sarebbero state portate avanti – comunque

I dati seguenti, infatti, ci mostrano l’impatto devastante sul lavoro dell’attuazione di queste chiare politiche di classe, mascherate da un termine velatamente neutrale: austerità.
Questa è la quota salari corretta dal 1960 al 2000 per l’Europa:

Quota salari corretta nell’Unione Europea 1960-2000

Uno zoom dagli anni ’80 ad oggi ci fornisce un quadro ancora più chiaro:

Quota salari in PIL (Europa)

Arrivando ai giorni nostri, non possiamo non notare come l’attacco al lavoro sia, nuovamente, esplicito. Ciò che l’Europa ordina è la flessibilità del mercato del lavoro, la continua precarizzazione di esso, l’aumento della competitività, il taglio dei salari e via discorrendo. E mentre l’attacco al lavoro procede indisturbato da qualsiasi ripresa dialettica, conflittuale, dall’avvio della crisi in Europa, un “rimbalzo” (cit. Bellofiore) della crisi globale, e dall’avvio nel 2010 delle devastanti politiche di classe (austerità) imposte dal Capitale europeo, le “big companies” europee hanno visto crescere i loro profitti:

Profitti trimestrali per le 241 più grandi società in Europa

Per dirla con il filosofo Diego Fusaro, con l’Euro si sono cancellati 150 anni di diritti sociali. L’Euro funge da clava al “capitalismo assoluto” (Preve) per imporre definitivamente la sua violenza, manifestatasi e che continua a manifestarsi sotto forma economica. La violenza del Capitale è violenza economica, mascherata dalle fredde leggi dello spread, del “ce lo chiede l’Europa” e dal principio guida della Germania “Alternativlos” (Non ci sono alternative). Di conseguenza non possiamo inveire solo contro lo strumento (l’Euro) e lasciare indisturbato da critiche chi lo utilizza (il Capitale).

La Sinistra italiana ed europea è tremendamente indietro rispetto al susseguirsi degli eventi. Non ha una chiara alternativa ne un progetto credibile.

Se la dialettica tra Capitale e Lavoro si è conclusa, o meglio si è totalmente ribaltata a favore del Capitale, è soprattutto causa della supina accettazione delle sinistre dell’ideologia dell’intrasformabiltà del mondo e del conseguente abbandono di una “filosofia della prassi”, per dirla con Gramsci. Prima si riorganizzeranno le forze del Lavoro e le Sinistre, prima potremmo provare a ribaltare il tavolo.

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Valerio Spositi

Sono uno studente universitario di Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Studioso di economia eterodossa, da tempo ho focalizzato la mia attenzione sulla struttura dell'Unione Monetaria Europea e le sue conseguenze nonché sul funzionamento della moneta moderna. Interessato alla filosofia e specialmente al pensiero di Karl Marx, sono un critico radicale del capitalismo.

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