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Alla (ri)scoperta di Mario Rigoni Stern

Se penso ai miei primi anni di scuola, e ai primi approcci con la letteratura italiana, ricordo essenzialmente tre autori: Gianni Rodari, Italo Calvino e Mario Rigoni Stern. Credo sia una memoria condivisa da molti ex studenti della mia generazione. Crescendo, purtroppo, si tende a lasciare in un cassetto Rodari mentre, fortunatamente, si continua a leggere (o rileggere) Calvino.

Rigoni Stern, invece, mi è tornato alla memoria in maniera tortuosa.  Il 9 ottobre di quest’anno ho rivisto il primo spettacolo teatrale di Marco Paolini trasmesso in televisione e poi, in un accesso di paolinite acuta, ho visto anche Il sergente”. Il libro da cui parte l’allestimento teatrale è la quasi omonima opera di Mario Rigoni Stern, “Il sergente nella neve”.

Uno degli aspetti affascinanti, anche per un giovanissimo lettore, è come sia lui sia Primo Levi abbiano rappresentato un momento di rottura nella letteratura italiana: due outsider e insieme sopravvissuti (e forse anche per questo grandi amici) in grado di narrare storie che erano Storia. Elio Vittorini, nell’introdurre il lavoro di Rigoni Stern nella collana I Gettoni di Einaudi, di lui disse che non era scrittore per vocazione, perché non avrebbe saputo raccontare una storia mai vissuta. Si trattava però di una convinzione filosofica ormai già fragile ed era solo questione di tempo perché si sgretolasse: non ci sono opere asettiche, tutto è impregnato di vissuti e ideologie, tutto, e così palesemente in Rigoni Stern, è una partecipazione alle cose della vita.

L’altro motivo per cui “Il sergente nella neve” deve essere riscoperto è il suo contenuto, la testimonianza dell’enorme disastro di finanze, risorse e soprattutto umanità che fu l’idea della costruzione di un impero fascista (il progetto Grande Italia che comprendeva fra gli altri Jugoslavia, Grecia – una fazza una razza -, Sudan, Somalia, Libia, Albania, Tunisia). Dopo la disfatta e la ritirata dal Don, Rigoni Stern, come molti altri militari italiani dopo l’8 settembre, venne catturato e finì in un lager in quanto traditore e badogliano. Ma fu doppiamente sopravvissuto e riuscì finalmente a tornare nel suo amato altopiano di Asiago dove, da impiegato del catasto, scrisse i racconti contenuti ne “Il bosco degli urogalli”, narrazioni che fondono natura e memoria e che sono da scrittore vero e autentico, da scrittore per vocazione.

Di lui ci rimane anche una bellissima lettera scritta ai compagni dell’ANPI nel 2007, morì un anno dopo e questo per me rimane il suo più bel testamento:

Cari Compagni, sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.
Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.
All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza.
Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite.
Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.
Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre.

 Vostro

Mario Rigoni Stern

Su Rigoni Stern esiste anche un documentario diretto nel 1999 da Carlo Mazzacurati.
Nel web si possono trovare molte sue interviste e diversi suoi scritti.
Su La Stampa vennero pubblicati alcuni suoi racconti di viaggi, che vennero poi raccolti in “Il magico Kolobok” e poi in “Tra le due guerre e altre storie”.
In “Sentieri Sotto la Neve” è contenuto un ricordo dell’amico Primo Levi dal titolo “L’altra mattina sugli sci con Primo Levi”.
Nel film “El Alamein – La Linea del Fuoco” di Enzo Monteleone il personaggio del sergente Rizzo ricorda moltissimo il sergente Rigoni, inoltre si ripropone spesso la frase “Sergente, ci arriveremo a casa?” che ricalca quella del povero Giuanin “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”.

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Laura Bonaventura

"Non comanderò, né sarò comandato"

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