Oltre l’Euro? Si, ed anche oltre il Capitalismo

Chiunque legga i miei articoli è a conoscenza del fatto che il sottoscritto è un forte critico dell’Euro, che ne ha smontato alcuni suoi luoghi comuni e che ne ha evidenziato le contraddizioni.
Inoltre, l’Euro ha completamente svuotato ogni sovranità ai paesi che ad esso aderiscono, riducendo (ancor di più) la politica a mera esecutrice del nomos dell’economia, il che è, alla fine, il nomos capitalistico oggi egemone.

Ovviamente l’Eurozona nasconde dei rapporti di potere e di classe (termini ben lontani dall’essere superati) che pongono la Germania (ma non solo, anche Finlandia, Paesi Bassi, Austria, Francia, ecc…) nello status di paese dominante ed i paesi debitori (i famosi PIIGS) nello status di dominati.

L’Euro è di fatto un prodotto di una filosofia che tende a de-strutturare lo Stato, svuotarlo di senso, per conferire la gestione di ogni aspetto esistenziale degli esseri umani alle leggi dell’economia. Lo vediamo oggi con i nuovi slogan della teologia capitalistica, “il mercato ha le sue regole”, “i mercati ci puniranno”, “i mercati non devono temere”, ecc…
Teologia capitalistica che, ponendo dominante un’economia spolicitizzata, produce quelle che Hegel chiamava “tragedie nell’etico”.

Ebbene, se, come ho scritto molte volte, sono per un’uscita dell’Italia da questa gabbia infernale chiamata Unione Monetaria Europea, dico anche che la mera uscita non è sufficiente.

Una volta usciti dall’Euro (uscita che modestissimamente penso avverrà in maniera disordinata) cosa si farà?
Quali politiche economiche verranno attuate una volta riacquisita la sovranità monetaria? Torneremo al capitalismo in salsa italiana degli anni ’60 e ’70?

Sono tutte domande che bisogna porci. E’ vero che, come ho dimostrato qui, l’Italia della Lira aveva indicatori macro-economici di gran lunga migliori rispetto a quelli dell’Italia dell’Euro.
É pur vero, però, che i problemi italiani sorgono dagli anni ’60 e ’70, con la “scomparsa dell’Italia industriale” (Gallino), con l’abbandono di una politica industriale degna di questo nome (come ricordava anche il celebre economista italiano Augusto Graziani), e molti altri fattori che non sto qui a ricordare e discutere.
A riguardo, suggerisco questo intervento dell’economista Riccardo Bellofiore (da ora/minuti 1:50 – 2:24)

Ebbene, a mio avviso, è sacrosanto ciò che ha detto l’economista Emiliano Brancaccio, ovvero che “occorre tentare una exit strategy da Sinistra” dall’Euro.
E allora chiediamoci: qual è una possibile exit strategy da Sinistra?

Trovandomi, nuovamente, d’accordo con Bellofiore (anche se egli è scettico su una uscita dall’Euro oggi) potremmo dire che un’alternativa di Sinistra all’attuale ultra-capitalismo elitario europeo sia la seguente:

  • socializzazione dell’investimento (Keynes, Minsky)
  • socializzazione dell’occupazione, con lo Stato che si fa Datore di Lavoro di Ultima Istanza (Minsky)
  • socializzazione del sistema bancario
  • piena occupazione
  • nuovo modello di produzione (cosa si produce?)

Il punto su cui vorrei soffermarmi, brevemente, è quello sulla socializzazione dell’occupazione e la piena occupazione. Questo perché li reputo centrali per ri-dialettizzare (cioè per porre nuovamente in una fase conflittuale) il capitalismo contemporaneo.

Come già sosteneva Michal Kalecki, illustre economista del XX sec., la piena occupazione, nel modo di produzione capitalistico, non è mantenibile nel lungo periodo. Nelle parole di Kalecki:

Affronteremo innanzitutto la riluttanza dei “capitani d’industria” ad accettare l’intervento del Governo nel campo dell’occupazione. Ogni ampliamento dell’attività dello Stato è vista dal “mondo degli affari” con sospetto, ma la creazione di posti di lavoro con la spesa pubblica presenta un aspetto speciale che rende l’opposizione contro di essa particolarmente intensa. In un sistema di laisser-faire il livello dell’occupazione dipende grandemente dal cosiddetto stato della fiducia.

Se questo si deteriora, gli investimenti privati diminuiscono, e questo provoca una caduta sia della produzione che dell’occupazione […] Questo dà ai capitalisti un potente controllo indiretto sulla politica del Governo: tutto quello che può scuotere lo stato della fiducia deve essere attentamente evitato perché causerebbe una crisi economica.

Ma una volta che il Governo apprende il trucco di incrementare l’occupazione con i suoi stessi acquisti, questo potente strumento di controllo perde la sua efficacia. Quindi i deficit di bilancio necessari per portare a termine l’intervento del Governo devono essere considerati pericolosi.

L’avversione degli uomini d’affari contro una politica di spesa del Governo diventa ancora più acuta quando giungono a considerare gli obiettivi per i quali il denaro dovrebbe essere speso: investimenti pubblici e sostegno al consumo di massa […] i sussidi ai consumi di massa sono avversati molto più violentemente da questi “esperti” che non gli investimenti pubblici. Perché qui è in gioco un principio “morale” della massima importanza. I principi fondamentali dell’etica capitalista richiedono che “tu ti guadagnerai il tuo pane con il sudore”.

[…] il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero.

[…] E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego […] Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista.

Ebbene questa penso sia la chiave di volta per un potenziale superamento del capitalismo, con buona pace dei sostenitori di un “capitalismo dal volto umano”.

Ove la piena occupazione e l’ampio ruolo dello Stato in economia venissero raggiunti, il Capitale potrebbe ostacolare il loro mantenimento poiché metterebbe in seria discussione “l’etica capitalistica” e il suo status dominante. Ed è lì, forse, che una ri-dialettizzazione può sorgere.
Non è, quindi, un mero ritorno a Keynes, anzi. Sono dell’opinione che la Sinistra (se in Italia esiste ancora) debba tornare, per un verso, a prima di Keynes (e mi riferisco a Marx) ed andare, per l’altro, a dopo Keynes, cioè a Minsky e non solo.

Uscire dall’Euro? Si, ma bisogna anche porre quelle “potenze etiche” (Hegel) al controllo dell’economia e proporre politiche economiche che possano, in un futuro si spera non troppo lontano, de-strutturare le basi del modo di produzione capitalistico.

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Valerio Spositi

Sono uno studente universitario di Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Studioso di economia eterodossa, da tempo ho focalizzato la mia attenzione sulla struttura dell’Unione Monetaria Europea e le sue conseguenze nonché sul funzionamento della moneta moderna.
Interessato alla filosofia e specialmente al pensiero di Karl Marx, sono un critico radicale del capitalismo.

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