#Mafia: inchiesta su mancata cattura del boss Messina Denaro

La Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta sulla mancata cattura di Matteo Messina Denaro. I titolari dell’inchiesta sono il procuratore aggiunto Maria Teresa Principato e il sostituto Maurizio Agnello. Al momento il fascicolo è a carico di ignoti.

Il maresciallo dei carabinieri, Saverio Masi, oggi capo-scorta del pm Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato-mafia, riferì di avere individuato il latitante nel 2004 ma i suoi superiori avrebbero bloccato le indagini.
Lo scorso maggio, Masi aveva riferito che nel marzo del 2004, a Bagheria, mentre girava in auto, una macchina gli aveva tagliato la strada. Secondo il maresciallo dei carabinieri a bordo c’era proprio Matteo Messina Denaro. A quel punto Masi lo aveva seguito fino ad una villa così da scoprire che il super latitante aveva un appuntamento con una donna. Di seguito aveva stilato una relazione di servizio. Il maresciallo avrebbe quindi chiesto l’autorizzazione a proseguire le indagini, ma i superiori gli avrebbero chiesto di cancellare dalla relazione l’identità del proprietario della villa e quella della donna. La relazione stessa non si sa se venne mai trasmessa in Procura. Masi si scontrò con la chiara volontà dei suoi capi di non voler procedere con le operazioni.

Lo stesso sarebbe accaduto con Bernardo Provenzano.

«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!», avrebbe detto il superiore di Masi. «Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella?». 

Queste le parole che ricevette Masi quando riuscì, attraverso indagini accurate, ad imboccare una pista che avrebbe potuto portare alla cattura del boss con 5 anni di anticipo. Provenzano venne arrestato l’11 aprile 2006; le denunce da parte di Masi di impedimenti alle indagini arrivano invece fino al 2007. Masi voleva sapere la verità: era dal 2001 che la cercava, quando si presentò presso il Nucleo provinciale di Palermo domandando di potersi occupare della cattura del padrino di Cosa Nostra. Quale fu l’esisto alla sua richiesta? Il maresciallo venne allontanato dal capoluogo: fu spedito a Caltavuturo, sulle Madonie. Nonostante questo, Masi dimostrò di saper fare il proprio mestiere procedendo con le proprie indagini: individuò un contatore dell’Enel riferibile a chi gestiva la latitanza di Provenzano e lo rese noto ai suoi capi. Nessuno, però, lo prese in considerazione.

Non fu una battaglia semplice, quella di Masi, non lo è tutt’ora: la sua recente condanna ne è semplicemente la riprova. L’ennesimo tentativo di far terra bruciata attorno a chi, Cosa Nostra, vorrebbe davvero vederla collassare assieme a coloro che la sorreggono. Per la Procura, il maresciallo ha compilato una relazione falsa (si contesta la sua effettiva presenza in servizio quel giorno), ha falsificato materialmente la relazione (la lettera di accompagnamento, invece di essere firmata dal superiore del maresciallo, era stata siglata dal maresciallo stesso con l’aggiunta della dicitura “APS”, assente per servizio, riferita al superiore) e di aver voluto truffare lo Stato per farsi togliere una multa ottenuta non nell’esercizio delle sue funzioni di pubblico ufficiale. Risultato? Condannato ad otto mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali. 

Masi è quindi colpevole di aver commesso un’infrazione. Soprattutto, di aver provato a cercare la verità.