partigiani sempre

La Liberazione in un Paese smemorato

di Dennis Turrin

E’ iniziato tutto negli anni ’80.
Pare impossibile, ma pure qui c’è lo zampino di Craxi.

Ma andiamo con ordine: la politica sulla memoria della Resistenza è rimasta pressoché immutata per quasi quarant’anni. Certo, nel quadro politico italiano era presente una forza che si richiamava esplicitamente al regime, il Movimento Sociale Italiano, ma in definitiva aveva preso piede una narrazione egemonica fin dai giorni della “Svolta di Salerno”, con cui i vari partiti si impegnarono a mettere da parte le loro divergenze ideologiche per liberare la penisola dal giogo nazi-fascista.

E cos’è successo, poi? Perché si è diffuso, soprattutto negli ultimi anni, un terribile quanto becero revisionismo volto a favorire la creazione e la diffusione dell’immagine di un “fascismo buono” antecedente, di volta in volta, alle leggi razziali, all’omicidio Matteotti o alla Marcia su Roma?
La risposta va cercata proprio negli avvenimenti che vanno dalla caduta di Mussolini e del fascismo, quindi l’estate del 1943, e l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il 1 gennaio 1948.
Con la risalita da parte degli Alleati della penisola liberata, i partiti politici, che per vent’anni avevano vissuto in clandestinità, poterono riorganizzarsi e iniziare a contrastare con forza le forze nazi-fasciste.

Ma, seppure il regime fosse ormai inviso alla maggioranza della popolazione per aver trascinato il Paese in una guerra suicida e perdente, i partiti politici avevano ancora un sostegno minimo: il CLN aveva bisogno di mobilitare il Paese contro la Germania e di ottenere il consenso necessario per presentarsi come rappresentante del popolo italiano.

Prese allora piede quella narrazione egemonica, arricchita anche di slogan propagandistici che miravano a creare un’opposizione tra il “cattivo tedesco” e gli “italiani brava gente”, di cui sopra.
Questo fatto, seppur necessario per attirare verso i partiti e i partigiani la simpatia di un’Italia ancora divisa e confusa, ha avuto ripercussioni sulla memoria che si è venuta costruendosi di quei giorni: è stato oscurata quasi completamente la responsabilità italiana per le guerre di aggressione ed i crimini contro i civili e i partigiani (ancora oggi troppo poco si sa, in Italia, delle atrocità commesse dai nostri soldati durante l’occupazione della Jugoslavia, ad esempio).
Conseguenza diretta di ciò è la mancanza di una “Norimberga italiana”, un processo ai criminali di guerra e ai gerarchi fascisti, che avrebbe chiuso i conti con il passato e aperto un nuovo capitolo della storia del nostro paese.
Negli anni successivi, nonostante qualche scossone causato dall’uso improprio della Resistenza fatto dai partiti in campagna elettorale, la memoria storica è rimasta pressoché inalterata per trent’anni.

E qui torniamo a Craxi.

Sì, perché negli anni ’80 Craxi lanciò il progetto della “Grande Riforma” della Costituzione.
E voi direte: ma che c’azzecca con la Resistenza? C’azzecca che la Costituzione repubblicana nasce proprio da lì, dalla guerra partigiana, e cambiare la Carta sarebbe risultato un attacco alla memoria di chi era morto durante la Resistenza.
Inizia dunque a farsi strada lentamente nelle coscienze degli italiani (di una parte di essi) un’immagine diversa dei partigiani (in particolare di quelli comunisti, of course) corroborata dall’intenso sforzo propagandistico di quelle forze politiche che volevano riformare la Costituzione.
E’ in questi anni che viene riscoperto anche il dramma delle foibe, usato per fare da contraltare alla narrazione della guerra partigiana (strumentalizzando, così, un’altra tristissima pagina della nostra storia).

Arriva poi Tangentopoli. E con essa scompaiono tutti i partiti tradizionali, che lasciano così spazio a Forza Italia e alla Lega Nord, due formazioni politiche che non hanno dirette (ma manco indirette, ad esser sinceri) connessioni con l’antifascismo militante e con la nascita della Repubblica.
Due forze politiche che, di lì a poco, avrebbero vinto le elezioni.

E di quella doppia coalizione (“Polo delle Libertà”-“Polo del Buon Governo”) faceva parte anche una terza formazione politica: il MSI-DN, poi scioltosi in Alleanza Nazionale con la “Svolta di Fiuggi” nel gennaio 1995, un partito da sempre escluso dall’area di governo a causa della “conventio ad excludendum” che impediva alle due ali estreme dell’emiciclo parlamentare di far parte dell’esecutivo.
Appare fin troppo chiaro come un governo così spostato a destra non potesse adeguarsi alla tradizionale narrazione resistenziale, ma dovesse “costruirne” una nuova, una “memoria pacificata” dalle divisioni del passato. In realtà, si trattava solamente di una scusa per sdoganare l’alleato post-fascista ed un revisionismo nemmeno troppo celato.
Succede così che nel 2002 il Presidente del Consiglio Berlusconi non partecipi ad alcuna manifestazione ufficiale per l’anniversario della Liberazione, mentre alcuni esponenti del suo partito, come padre Baget Bozzo, propongono addirittura di eliminare la ricorrenza dal calendario.

La subdola richiesta di pacificazione della destra italiana è in realtà un chiaro tentativo di parificazione, di equiparare i partigiani ai repubblichini di Salò, di togliere dunque qualsiasi giudizio di valore sui fatti tragici che sconvolsero il nostro Paese per due anni, mescolando tutto in un grande calderone e trasformando la guerra di Resistenza in una guerra civile fra due fazioni egualmente rappresentative del popolo italiano in lotta fra loro.

E, quando si parla di pacificazione, io sono d’accordo (no, fermi: aspettate ad insultarmi, ora mi spiego meglio!): un paese dev’essere in grado di lasciarsi alle spalle un passato vecchio di sessant’anni e andare avanti, certo, ma nel caso dell’Italia, questo può accadere soltanto attraverso un mea culpa di quelle formazioni politiche che si riconoscono ancora, o quantomeno accettano con benevolenza, il credo fascista, neo-fascista o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare.
Dobbiamo lasciarci alle spalle questa triste contrapposizione tra fascisti e antifascisti, ma ciò non può e non dovrà mai passare per un revisionismo dei valori fondanti della nostra carta Costituzionale, quei valori che affondano le loro radici nell’antifascismo e nella Resistenza partigiana.

Perché, se è indubbio che anche fra chi combatteva nelle file della Repubblica Sociale c’erano giovani italiani che sono morti in nome di un ideale, ciò non potrà mai cancellare il fatto che la loro era la parte sbagliata.
Infatti, come ebbe modo di scrivere Italo Calvino:

 Dietro il milite delle Brigate Nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazione e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era una lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono

Partigiani sempre.
Buon 25 Aprile

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Dennis Turrin

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