Hugo Chávez hugs national flag while celebrating re-election in October

È morto Chavez. Viva Chavez?

Questo paese può autodistruggersi da solo; questa Rivoluzione può distruggersi, quelli che non possono distruggerla oggi sono loro, ma noi si, noi possiamo distruggerla e sarebbe colpa nostra

Queste sono parole di Fidel Castro su Cuba nel 2005. Secondo il ministro Rafael Vargas La rivoluzione bolivariana si può definire così

Non è né socialista né comunista, poiché rimane nell’ambito del capitalismo, ma è radicale e provoca profondi cambiamenti della struttura economica

Partiamo da queste due considerazioni, sorprendentemente realistiche e dal fatto che il nemico nordamericano sia una costante per tutti i governi tendenti a sinistra in America Latina.

Abbiamo già scritto su questo blog che la ricerca del nemico esterno alla società non è propria dei principi di sinistra ma sugli Stati Uniti va fatta una considerazione reale: politicamente si tratta di un Paese atrofizzato, dove non è possibile fare una distinzione di tipo europeo nei programmi dei due partiti. Essendo inoltre interamente finanziati da privati, non possono che rispondere al profitto (quindi al capitalismo) e sul profitto si basa di conseguenza tutta la vita sociale, economica e politica statunitense. Se Chavez è stato un forte e temuto nemico degli USA lo è stato perché questi ultimi sono il capitalismo e non un suo fantoccio. Senza scordare che la storia latinoamericana è quella di una colonia degli Stati Uniti, a differenza dell’Europa o della Cina, che hanno viaggiato spesso e volentieri su un binario proprio.

Su questo punto Chavez era di sinistra o era un pazzo che credeva ai complotti della CIA? Chavez è stato un uomo di sinistra. Come Castro ha intuito che la minaccia statunitense non è più sfacciatamente militare, ma subdolamente interna agli ambienti di destra, come per il golpe del 2002 di Carmona che destituì Chavez per 36 ore. Noi possiamo distruggerla dice Castro, e gli errori della sua politica come di quella chavista devono essere sempre riconoscibili: l’infallibilità del capo (per quanto carismatico) è un elemento che va sempre ripudiato non solo perché spesso porta alla dittatura, ma perché strozza ogni possibile sviluppo condiviso del socialismo.

Chavez è stato un dittatore? A questa affermazione tanto cara a certi giornali italiani (tipo Omero Ciai di Repubblica) si può rispondere in maniera molto semplice. Le elezioni in Venezuela sono sempre state aperte. Quello che si dice a destra è che Chavez vinceva sul populismo, quel che si dice a sinistra è che molto di quello che ha detto l’ha poi realizzato. E per una volta hanno ragione entrambe le parti. Se da un lato è vero che la Costituzione del 1999 non è mai stata completamente applicata, che le differenze di classe e la corruzione della boliburguesia (quella che fa capo a Cabello, più volte trombato dagli elettori ma sempre recuperato in qualche carica non elettiva da Chavez) non si sono attenuate è anche vero che gli strati più bassi della popolazione col presidente hanno trovato assistenza medica, generi alimentari a buon mercato, case popolari, mezzi di trasporto (come le ferrovie che prima non esistevano).

La rivoluzione bolivariana, nel complesso, ha avuto successo nel ridare dignità al proletariato ma ha fallito dove non ha modificato quei meccanismi che privilegiano la borghesia, specialmente se di governo. Si può dire che abbia direzionato se stessa verso una pericolosa istituzionalizzazione, situazione su cui già ci avevano messi in guardia in tempi non sospetti Sartre e Guevara. Ora che Chavez è morto tocca al partito recuperare una dialettica e un confronto interno che finora sono stati per lo più formali, schiacciati nel bene e nel male dall’indiscutibile carisma del presidente venezuelano, un vero maestro del dialogo, soprattutto internazionale. E questo è forse il Chavez che mancherà di più a tutto il continente, specialmente per lo schiaffo che l’unione dei governi di sinistra intorno alla sua figura ha rappresentato per la politica estera statunitense. Il vero dramma, da stamattina, potrebbe essere proprio una Washington ben più spavalda nel rivendicare il controllo sulle “colonie perdute”. Parafrasando Sartre, è necessario che i sudamericani vincano oppure che noi perdiamo tutto. Anche la speranza.

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Laura Bonaventura

"Non comanderò, né sarò comandato"

6 commenti

  1. Daniela Lentoni attraverso Facebook

    Riposa in Pace … comandante … presidente … che il tuo successore segua la vittoria sempre

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