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Più a sinistra di questa sinistra si può. Si deve.

Nell’era delle informazioni veloci che viaggiano su internet questo risulterà un post estremamente lungo e probabilmente tedioso per alcuni utenti abituati a scorrere a malapena i titoli e ad esprimersi mipiacciando. Però in vista del triumvirato – Silvio, Pierlu e Beppe – che traghetterà – malissimo – il Paese alle prossime elezioni – con un sistema diverso dal porcellum ma non necessariamente migliore – è bene fare, per chi avrà un po’ di tempo e pazienza, un ripasso su Sinistra e altre cose sciocche che ci fanno perdere le elezioni e non ci fanno governare (cit.).

1) Veneto. L’esempio sociale che nessuno cita mai

La roccaforte leghista, la regione di Tosi, ma anche il nordest che traina. Definizioni spicciole di una regione che fa la differenza elettorale, non nei numeri, ma nei contenuti. Quando si parla di piccola e media impresa veneta si deve fare preventivamente un salto indietro di più di un secolo (Luigi Luzzati e le banche popolari e Leone Wollemborg e le casse rurali) in una società che esce dalla miseria in modo né completamente capitalista né tantomeno marxista: per farla semplice, fino a inizio ‘900, il Veneto è stato il laboratorio del microcredito e della cooperativa sociale.
La svolta la dà il fascista Giuseppe Volpi.[1] Oltre il suo sforzo finanziario-capitalista però, non esiste nell’entroterra veneto un indotto vero e proprio: la grande industria di Porto Marghera ha cioè scarsissimi collegamenti con il manifatturiero regionale, che resta attività preponderante, legata allo schema (vincente?) pre-capitalista dell’impresa popolare. Il Veneto è una regione in cui alla miseria si è risposto con l’iniziativa individuale.
I piccoli imprenditori non sono però automaticamente piccoli borghesi come vorrebbero credere, ma proletari che si sono arrabattati alla meglio per non cadere nella miseria più nera. La loro scalata sociale è infatti molto breve: il piccolo imprenditore per quanto preparato e coraggioso non ha in mano i veri strumenti del capitale (solo Marzotto e pochi altri riuscirono nel grande salto), qual è ad esempio la simbiosi con l’alta finanza. Egli deve chiedere alla banca il prestito per pagare i fornitori esattamente come l’operaio che compra casa. Non è padrone che di pochi mezzi di produzione, ma si illude di essere in una classe di mezzo pronta all’ascesa: la stagnazione reale della sua condizione fomenta l’odio per lo straniero o il meridionale (e qui ci si infila alla grande la Lega) e/o l’invidia mista ad ammirazione per eroi romantici alla Silvio Berlusconi, quelli che partono da niente e arrivano a tutto, anche a vedere aggratis tre seni nudi al seggio. La colpa della Sinistra è stata quella di provare a ubriacarsi in questo finto benessere (che sotto i colpi del capitalismo internazionale sta crollando paurosamente): Laura Puppato, imprenditrice di successo catto-ambientalista-piddina, è la sintesi dello snaturamento dei principi di sinistra ad opera dell’anomalia della piccola impresa.[2] E infatti il PD in Veneto, non perde, affoga.

2) Leaderismo e marketing

Ci si è interrogati molto sul dopo-Berlinguer, in particolare al momento della svolta della Bolognina. Il punto molto poco rimarcato però è stata l’analisi non tanto del PCI prima e dopo, ma dell’elettore comunista prima e dopo. Quanti erano “comunisti” SOLO “perché Berlinguer era una brava persona”? Probabilmente più di quelli che crediamo. La colpa non è di Berlinguer ovviamente, ma della poca convinzione e cultura di alcuni suoi sostenitori che, una volta caduto il riferimento, hanno perso la bussola politica. Ne leggo molti che scrivono “oggi Berlinguer avrebbe votato <partito che piace a me>”: questo non è interpretare o riscoprire Berlinguer, è essere drogati di leaderismo.
E non dovremmo farlo nemmeno coi vivi. Un’appendice del leaderismo è l’ingaggio dei testimonial: la campagna elettorale è stata per tantissimi anni un’imitazione di Mike che pubblicizzava le pellicce e vi consigliava di dire ad Annabella che vi aveva mandati lui. Il dibattito si è piegato alle leggi del marketing: chi votava Di Pietro vedeva in lui anche il pm di Mani Pulite, Berlusconi è il tizio della tv e di Mondadori, Ingroia è l’irreprensibile uomo antimafia, infine Grillo, inscindibile dal prodotto commerciale di Casaleggio.[3] L’italiano non ha bisogno dell’uomo della provvidenza, l’italiano ha bisogno di entrare al supermercato e riconoscere nella marca dello yogurt la pubblicità che gli è piaciuta tanto o quella che gli ha consigliato la pagina feisbuc sulle diete. La frase “Italia giusta” non funziona oggi non solo perché il PD è poco credibile nella sostanza, ma anche perché è uno slogan che ha lo stesso impatto mediatico di una meringata di carciofi. Adeguarsi? No. Ricreare una cultura politica che non segua le leggi di mercato: è una strada più lunga e più difficile di “sparare più cazzate degli altri” (cit. Berlusconi), ma magari più duratura. E più di Sinistra.

3) Liberté, egalité, moderaté

Se avessimo un’accetta che taglia la storia potremmo dire che destra e sinistra nascono nel maggio del 1789. E anche andando più a fondo non siamo molto lontani dalla realtà, anzi, avere un punto d’inizio di tale portata è utilissimo. Per dire ad esempio che il Centro è un falso, storico e politico: non si può essere moderatamente socialisti, moderatamente democratici, moderatamente monarchici, moderatamente liberali. Si possono fare compromessi d’azione e di governo, ma non di principi. Né si può uscire dalla dicotomia degli ideali. Chi ci ha provato ha partorito paccottiglie di idee irrealizzabili prive di mezzi reali, che hanno fatto belare nutriti greggi di pecore ma hanno prodotto, storicamente, solo reazionismo (quindi una certa destra).
Ora non stiamo qui a cercare il pelo nell’uovo, ma le parole hanno un significato e non si possono accostare a casaccio. L’errore semantico più evidente è quello ingroiano: Rivoluzione Civile, su sfondo arancione (il rosso non è moderaté). Che, va detto, ha il pregio di stare bene su tutto, anche ai dipietristi che di fatto non sono più comunisti di Tabacci. La Rivoluzione però lascia sempre sulla sua strada strascichi violenti, volerne una civile non è solo assurdo, è antistorico.[4] E qui torniamo a quella Francese.

4) La società civile

La convinzione che la Rivoluzione Francese sia stata una rivoluzione di popolo è purtroppo diffusa. La realtà è che si è trattato di una rivoluzione borghese in cui il Terzo Stato ha recitato il ruolo del subalterno utile a rovesciare il sistema monarchico e, una volta finita la sua utilità, è tornato all’eterna condanna di miseria per cui è nato. Quello occidentale è un sistema figlio del 1789 ed è per questo un sistema borghese in cui si vende allo strato sociale più basso l’illusione di essere parte di un popolo unico (vedi punti 1 e 2). Di quest’inganno si accorse anche Lenin e lo esplicitò nella sua teoria della doppia rivoluzione.[5] Oggi siamo cristallizzati nella democrazia borghese e l’assopimento proletario è alimentato dall’ideologia della fine delle ideologie.[6] Il PD da parte sua, alla luce dei risultati elettorali, deve mettersi in testa che prima di sperimentare l’implosione (con Renzi) deve sterzare pesantemente verso Sinistra e dovrebbe fare suo, sempre alla luce dei numeri, un passo delle Tesi di Aprile di Lenin, quello in cui si riconosce la minoranza del partito [7] e il suo conseguente e doveroso lavoro di critica e di elevazione culturale della classe operaia e contadina.[8] Dire da parte socialdemocratica e comunista che “la società civile è un’illusione” è un obbligo, anche in chiave antifascista. In questo senso è passato di molto sottotono il fatto che Berlusconi abbia giocato più che astutamente col sentimento anticomunista che ha fatto la storia del ‘900: chiedete a un elettore berlusconiano se abbia o meno paura dei comunisti, al 99% vi dirà di sì. Chiedete a Bersani se è comunista, vi dirà che lui è andato oltre e che nel suo Pantheon c’è Giovanni XXIII, eppure l’elettore berlusconiano vede in lui la dicotomia destra-sinistra che Bersani rinnega. Incomprensibile vero? Parte dell’elettorato italiano ha davvero nell’anticomunismo il suo palliativo: Berlusconi (o il mito della meritocrazia) è la cura prima della morte. Le ideologie allora non sono sublimate verso la ricerca di un fantomatico “bene comune” (altro slogan infelice del PD, è come dire “Italia Babbo Natale”), ma sono vive e utilizzabili, modellabili in accordo con la storia forse, ma non “moderabili”. Berlusconi quando parla di comunisti non modera nulla. E vince. Il neomoderato Fini è quello che è sparito.
Allora alla paura del Bersani bolscevico si dovrebbe rispondere spiegando all’elettore cosa siano la Sinistra e il Comunismo (che non ingloba tutta la Sinistra ma ne è una parte importante), in questo l’elettore capisce innanzitutto che Bersani, ahimè, è tutto meno che un bolscevico e Bersani capisce che un Papa non è di Sinistra neanche in un universo parallelo. Forse. Un giorno. Chissà.

[1]  Questa è anche una risposta storica a chi fanciullescamente vorrebbe far passare il fascismo come movimento di ispirazione sociale e di mutuo soccorso

[2] Grillo ha cavalcato la medesima onda. Nella sua populistica (ma inapplicabile) affermazione di una specie di  autoindulgenza fiscale del piccolo imprenditore dice chiaramente perché costui non può elevarsi a grande industriale: nel grillo-destropensiero egli è indiscusso protagonista, perché traina l’economia, ma non può combattere il nemico esterno (la Germania, la BCE, il sindacato o la politica secondo le convenienze, per la Lega era già “Roma ladrona”). Questa visione lo renderà ovviamente soltanto più misero e incazzato, risultato già noto di 20 anni di leghismo.

[3] Si noti come in campagna non si sia mai toccato, ad esempio, il poco fascinoso nodo dell’immigrazione/emigrazione e di come l’attenzione sia stata invece catalizzata da temi “vendibili” all’elettore ma non sempre “spendibili” dopo il voto, come il finanziamento pubblico ai giornali, l’euro, il dimezzamento dei parlamentari, l’IMU o la TAV.

[4] a) Gandhi con la sua non-violenza ebbe un grosso ruolo nella liberazione dal colonialismo britannico. La sua “rivoluzione civile” però, non cambiò di una virgola il sistema sociale indiano, anzi, paventò un ritorno ad una utopistica società armoniosa pre-moderna e pre-industriale.
b) Un solo partito fra quelli antiberlusconiani ha nel suo nome la parola Sinistra. Questo non lo affranca dalle critiche, ma è comunque un dato di fatto importante.

[5] Quella borghese-proletaria che avrebbe rovesciato lo zar e quella proletaria che avrebbe rovesciato il governo borghese instaurando il socialismo. In pratica Lenin intercambia il rapporto di utilità, con lui è il borghese che serve momentaneamente al proletario per raggiungere il suo scopo finale.

[6] Non a caso sia Grillo che Monti battono su questo punto, interessante poi il parallelo con un altro partito centrista ben più longevo (per ora) dei due, la Democrazia Cristiana. “Il popolo al potere” resta uno slogan efficacie ma svuotato: il popolo con la democrazia è già al potere, la borghesia è parte del popolo, la differenza è che per la Sinistra c’è un’oppressione del proletariato che la Destra non riconosce.

[7] Se contiamo Monti, PdL e Grillo più dei 2/3 degli Italiani non sa che farsene di Bersani & Co.

[8] Riconoscere che il nostro partito è in minoranza […] Fino a che saremo in minoranza, svolgeremo un’opera di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, perché le masse possano liberarsi dei loro errori sulla base dell’esperienza.
La modernità non modifica la coscienza di classe, l’operaio di ieri resta l’operaio di oggi, ma a lui si può aggiungere il cuoco, il commesso, il ricercatore, ovvero chi è solamente padrone delle proprie capacità e non dei mezzi di produzione.

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Laura Bonaventura

"Non comanderò, né sarò comandato"

68 commenti

  1. Antonella Lucchi Sono d’accordo e lo sostengo anch’io. Volevo però fare un passo avanti, cioè chiedermi se quelli che sono a destra non lo siano anche un po’ inconsapevolmente, per quello ho tirato fuori l’esempio del Veneto al punto 1 (oltre al fatto che lo conosco meglio). In breve quello che noi identifichiamo con medio e piccolo imprenditore è davvero un borghese (scusate se uso questi termini che non sono più di moda, ma oltre ad appartenermi sono più chiari di altri) o non è più simile al proletario? Insomma quando il piccolo imprenditore va in banca e chiede il prestito lo fa come Marchionne o come un operaio che chiede il mutuo?

  2. Beh, la definizione classica di borghesia se non ricordo male è quella di possessore di capitale, in questo senso sta andando un po’ a sparire questa classe in italia a favore del sistema bancario ed è chiaro che uno, per quanto imprenditore, continua a non essere comunque l’ago della bilancia. Purtroppo la distruzione del ceto medio è parecchio evidente.

    Che poi non se ne si rendano conto, è un po’ ridicolo, e frutto delle campagne mediatiche recenti. Vero comunque rimane il fatto che quelle zone sono davvero una delle più produttive d’europa, sopratutto in proporzione alla differenza di competitività (burocrazia, costo energia e mancanza di meritocrazia). Fa molta presa un ideale che da un lato abbassa le tasse e/o cerca di spacciare idee liberiste. Si annovera fra le cose incomprensibili come poi non si accorgano che la destra prima le tasse le ha alzate o cambiate in vario modo per poi toglierle o prometterne l’eleminazione.

  3. Antonio Usai Credo che stiamo dicendo la stessa cosa ma in termini diversi, per questo prima scrivevo che sono opinioni su cui ci si può incontrare. Non ho messo in dubbio la produttività della piccola e media imprenditoria, nemmeno nel post, anzi. Metto in dubbio che quello sia terreno di destra e non di sinistra: il sistema bancario è uno strumento della borghesia vera e propria, l’illusione creata dalla destra (Lega, PdL su tutti), a mio avviso, è che si tratti di un nemico nuovo, mentre è sempre il solito, quello che la sinistra aveva già identificato decine di anni fa ma che oggi, nel PD in particolare, non riconosce per rincorrere la destra a caccia di voti.

  4. Ho capito. Alla gente piace avere un nemico, c’è chi le cavalca queste cose! Come se le banche non fossero uno strumento umano come tante altre, purtroppo fa comodo nell’anarchia liberista limitare l’azione di controllo dello stato.

  5. Ti ringrazio per una cosa Antonio Usai, perché nel nostro piccolo abbiamo dimostrato che sono più le cose che ci possono unire di quelle che ci dividono.

  6. Figurati, non ho mai avuto idee di sinistra radicale, ma da persona con idee socialdemocratiche non mi sento comunque molto rappresentato. L’unico partito che presenta sulla carta tali idee è il PD, ma da qui ad applicarle faccio prima ad aspettare che Pertini resusciti. Se i dirigenti del PD si interrogassero di più sulle ideologie che cercano di portarsi avanti forse a certe cose fatte avrebbero accomunato il vomito.

  7. cari signori invece di andare a dormire alla camera rimanete pure a letto colle vostre signore al meno sentiranno qualcosa anche loro ok esigo una risposta ok

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