Il diritto allo studio negato

di Giulio Formenti*,

E’ in corso, a livello nazionale, un dibattito sulla ridefinizione del diritto allo studio universitario, ovvero di quel insieme di norme che regolano l’accesso alle borse, agli alloggi e a tutta una serie di altri benefici previsti per aiutare gli studenti “capaci e meritevoli ma privi di mezzi” nel loro percorso formativo. E’ un dibattito per certi versi inatteso, ravvivato all’ultimo momento dalla presentazione da parte del Ministro dell’Istruzione uscente, Francesco Profumo, di un decreto che ridisegna i criteri di accesso all’intero sistema dei sussidi allo studio.

In realtà questo decreto rientra in una serie di adempimenti contenuti nella legge Gelmini per la riforma del sistema universitario. Nessun imprevisto quindi. Ciò che non ci si aspettava era semmai la caduta del governo Monti. Ed è stata proprio la concomitanza del decreto con le elezioni politiche a sollevare immediate polemiche.

Colpo di coda del governo dimissionario”. Queste le parole usate dagli esponenti della rappresentanza studentesca di centrosinistra per descrivere la manovra. Si tratta degli stessi studenti che hanno poi cercato di boicottare il decreto facendo mancare il numero legale per l’approvazione del parere obbligatorio del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, l’organo studentesco che si interfaccia direttamente con il Ministro. In un primo tempo lo stratagemma ha funzionato, poi la maggioranza di centrodestra si è ricompattata ed ha approvato un parere – contrario ma comunque non vincolante – permettendo così al decreto di procedere nell’iter verso l’approvazione definitiva. Ora la parola passa alla Conferenza Stato-Regioni che dovrebbe riunirsi il 28 febbraio, cioè appena dopo la chiusura del voto.

La prima bozza di decreto, quella maggiormente contestata, prevedeva per la prima volta un limite d’età per l’accesso ai benefici per quelli che si iscrivono per la prima volta al primo anno (25 anni per la laurea triennale e a ciclo unico, 32 per la magistrale), un significativo aumento dei crediti formativi (CFU) necessari per il conseguimento dei benefici, l’abolizione del sistema di bonus fruibili una tantum se non si erano raggiunti i crediti necessari, un nuovo sistema di rateizzazione dei benefici in tre tranche, e infine una suddivisione da nord, centro e sud Italia per i limiti reddituali d’accesso (dichiarazione ISEE). Quest’ultima norma, una delle più contestate, è stata poi ritirata durante il dibattito che ne è seguito stabilendo un margine di variazione per le Regioni intorno al valore ISEE fissato di 18.250 euro. La ratio della norma era, nelle dichiarazioni del Ministero, quella di rendere conto del diverso livello dei redditi e del costo della vita tra le diverse regioni d’Italia mentre secondo i contrari si trattava di una grave norma discriminatoria nei confronti della mobilità studentesca.

Come si vede facilmente anche in una breve disamina come questa, in astratto è abbastanza facile essere d’accordo sui principi, ed in particolare sul principio che “i capaci e meritevoli debbano poter raggiungere i più alti gradi degli studi” (Costituzione della Repubblica Italiana art. 34 c. 3), ma quando si scende nel concreto, nell’applicazione di tali principi, le distinzioni tra giusto e sbagliato, capace e incapace, meritevole e non, si sfumano. Allora gli obiettivi diventano meno chiari, le convinzioni più opache e i pregiudizi rischiano di prendere il sopravvento.

In questo senso la battaglia che si consuma intorno alla filosofia alla base degli interventi per il diritto allo studio universitario ha, nel suo piccolo, i caratteri di uno scontro di civiltà. I contendenti, infatti, aderiscono principalmente a due correnti di pensiero piuttosto distanti: l’una potremmo definirla “socialdemocratica” e l’altra “liberale”. Si tratta, senza velleità di semplificazione, di due visioni almeno all’apparenza inconciliabili. E ognuna ha dalla sua un certo gruppo di convinti e instancabili sostenitori. In effetti, la distinzione ha un che di antropologico: se chiediamo ad uno studente di un’università privata come la Bocconi o la Luiss che idea ha lui del diritto allo studio probabilmente vi risponderà che il sistema italiano è tutto sbagliato, che spesso si sprecano un sacco di soldi per sovvenzionare le persone che non se lo meritano, che le tasse universitarie delle università pubbliche andrebbero alzate di molto e che solo così si garantirebbero le risorse per un vero diritto allo studio. Se invece la stessa domanda la rivolgiamo ad uno studente di un’università pubblica ci troviamo di fronte risposte e concetti completamente rovesciati.

E così d’altra parte anche chi scrive ha il suo punto di vista sulla questione e sarebbe intellettualmente disonesto sforzarsi oltre un certo limite di sembrare imparziali. Ciò che posso fare dunque è cercare di mettere in luce alcuni degli elementi critici dell’una e dell’altra impostazione.

Una delle accuse principali mosse al modello “socialdemocratico” è che le ingenti risorse stanziate siano inutili, una goccia nel mare dell’indifferenza. E ci deve essere qualcosa di vero visto che tutti gli studenti universitari d’Italia, compresi i borsisti e quelli che la borsa in teoria se la meriterebbero ma non la ricevono per mancanza di fondi (i cosiddetti idonei non beneficiari), pagano una tassa annuale tra i 100 e i 140 euro specifica per il diritto allo studio che viene poi integrata sostanziosamente dal Ministero e in parte dalle Regioni e, nonostante questo, le (poco) consistenti borse restano riservate ai (pochissimi) studenti (forse) meritevoli.

Una risposta può darcela il confronto con l’estero: i dati internazionali (fonte: OECD) ci dicono che l’Italia è spaventosamente indietro rispetto alle altre nazioni se si considera il rapporto tra tasse universitarie e percentuale di studenti che usufruiscono di benefici. Gli Stati Uniti e il Regno Unito a confronto, hanno tasse molto elevate ma contemporaneamente investono moltissimo nel diritto allo studio. Non potremmo allora essere di fronte ad un qualche ‘effetto soglia’ per il quale investire fino ad un certo punto produce scarsi risultati mentre, quando si supera la soglia minima di finanziamento, il sistema comincia a produrre davvero i suoi frutti?

Il modello “liberale” invece è ben simboleggiato da uno degli ultimi saggi di Andrea Ichino (fratello del giuslavorista Pietro Ichino) e Luca Terlizzese “Facoltà di scelta – L’università salvata dagli studenti. Una modesta proposta” (Rizzoli), nel quale gli autori puntano molto sul sistema del prestito d’onore come alternativa alle borse di studio. La proposta di Ichino e Terlizzese in particolare prevede prestiti di 80.000 euro in 5 anni da ripagare un po’ alla volta dopo essersi laureati ed aver trovato lavoro. Cioè 16.000 euro l’anno di prestito a fronte di una borsa di studio attuale del valor medio netto di 1.700 euro. Dalle stalle alle stelle si potrebbe dire. Eppure, se da un lato 1.700 sono pochi – troppo pochi – probabilmente 16.000 sono anche troppi. A leggere questo genere di proposte viene il sospetto che esse si applichino non tanto ad un modello di futuro bensì ad uno di presente, del presente delle università private italiane.

Allora non è forse che abbiamo inquadrato male il bersaglio? Che l’oggetto del contendere non sia lo stesso per entrambi? Che le specificità del sistema dell’alta formazione in Italia siano tali che un’unica soluzione non risponda a ogni situazione?

Se le cose stessero così, una conclusione univoca potremmo trarla, e cioè che prima di poter pensare di ritoccare le tasse universitarie, sia che si tratti di fare nuove e più ricche borse di studio o ingenti prestiti d’onore, bisogna prima di tutto tornare ad investire nel diritto allo studio, differenziando però le modalità di questo investimento sul futuro del Paese secondo quella variegata e complessa realtà che è l’università italiana.

*E’ rappresentante degli studenti dell’Università degli Studi di Milano per Sinistra Universitaria ed è stato per due anni membro del Consiglio di Amministrazione del C.I.Di.S. il principale ente per il Diritto allo Studio Universitario di Milano e della Lombardia.

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3 commenti

  1. sì Bersani ne ha parlato sia durante le primarie per il candidato Premier del centrosinistra (ed in particolare fu l’unico dei candidati ad accennarne durante il confronto su Sky con il suo stile ormai classico “qualche soldo su questo benedetto diritto allo studio lo troviamo”) che recentemente rispondendo ad una lettera aperta da parte del giornale online Roars sull’università, la ricerca e l’istruzione (disponibile sul sito della rivista). Anche Vendola ha avuto occasione di parlarne durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico. Monti, nonostante le critiche alle ultimissime manovre dell suo ministro, ha affidato a twitter qualche settimana fa delle rapide considerazioni “Diritto allo studio e #Università: dai 98 mln del 2011 si è passati ai 164 del 2012 e ai 150 del 2013. In futuro si potrà fare di più”. A parole quindi anche Monti sembra voler investire maggiormente in questo settore (nonostante il tweet abbia un che di ingannevole nel senso che l’andamento dell’investimento è stato sostanzialmente stabile nel tempo). Delle riflessioni contenute nell’articolo che ne pensi?

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