Scuola, università e lavoro: quello che serve sono gli investimenti

Ci risiamo. Anche quest’anno,  tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, migliaia di neodiplomati  saranno messi alla prova dai test d’ingresso delle varie facoltà universitarie.

La legge del 2 agosto 1999 n.264 regola gli accessi ai corsi di laurea in medicina e chirurgia, odontoiatria e protesi dentaria, veterinaria, architettura e  scienze della formazione istituendo il numero chiuso.  La suddetta legge,  inoltre, regola i test d’ingresso per quei corsi di laurea che vedono la presenza di” laboratori ad alta specializzazione”. Ciò significa che sono le singole università a stabilire se istituire o meno il test d’ingresso, in particolar modo in quei corsi di laurea di matrice tecnico-scientifica.

In molte altre facoltà, invece, è prevista la presenza di un test d’ingresso non selettivo (o di autovalutazione) che impone agli studenti che non l’hanno superato, l’obbligo di colmare i debiti formativi o di sostenere un numero di esami prestabilito per iscriversi all’anno successivo.  Sono, quindi, i singoli atenei ad avere ampia libertà.  Ad oggi quasi tutti i corsi di laurea nel nostro paese prevedono un test d’ingresso.

Tanto si è discusso (e si discute)  riguardo l’imposizione dei test per poter entrare nelle università. E’ evidente come i test d’ingresso vìolino l’art. 34 della Costituzione secondo cui “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Personalmente ho sempre diffidato dei test  e ho sempre ritenuto poco serio scegliere i futuri medici o i futuri architetti in base a delle crocette.  Le  domande dei test molto spesso sono poco chiare e troppo complesse per dei ragazzi che hanno appena finito le scuole superiori. Mi è capitato di conoscere persone veramente studiose che nonostante la volontà e la passione, non sono riuscite a superare i test. E questo mi fa rabbia.

Ormai superare un test d’ingresso è come  vincere alla lotteria. Per questo motivo i genitori spingono i figli a prepararsi anni prima o a frequentare corsi appositi (o a prendere lezioni private) spendendo migliaia di euro.  E’ un vero e proprio business . Siamo così in presenza di un meccanismo perverso e iniquo che seleziona chi ha la possibilità di pagare e abbandona chi è meritevole ma  non abbastanza ricco.

Mi capita spesso di ripensare al mio primo giorno all’università. Mi sentivo confusa e smarrita. Conoscendo altre persone poi, mi sono resa conto di quanto sia vulnerabile la mia generazione. All’università ho incontrato ragazzi che non sapevano il motivo per cui avessero scelto quel determinato corso di laurea. Molti lo avevano fatto come ripiego in quanto non avevano superato il test d’ingresso in altre facoltà. Altri sono stati costretti dai genitori.  Altri ancora, influenzati dalla valanga di notizie che i mezzi di comunicazione diffondono,  avevano sentito dire che forse quel corso avrebbe facilitato l’accesso al mondo del lavoro.

Proprio in questo periodo, in vista dell’avvicinarsi dei test, i quotidiani stilano l’elenco delle facoltà universitarie che offrirebbero più lavoro e delle sedi migliori (considerando sopratuttol’efficienza e l’organizzazione dell’ateneo). Le università pubbliche del sud sono sempre in fondo a queste graduatorie per ovvi motivi economici. I finanziamenti che giungono dalle regioni del sud sono miseri e di conseguenza, diventa più difficile laurearsi in sedi poco efficienti in cui gli scandali sono all’ordine del giorno.

Oggi iscriversi all’università è più che altro un diversivo. Non tutti sono convinti del corso di studi scelto e molti non vogliono continuare a studiare dopo il diploma, ma sono costretti a farlo per la mancanza di lavoro. Così, l’università diventa un posto in cui sprecare tempo e soldi, un “parcheggio “ come si suol dire.

Qualche giorno fa il Ministro dell’istruzione Francesco Profumo ha dichiarato che i fuoricorso sono “un problema culturale, frutto di un paese in cui manca il rispetto delle regole”. Non sono affatto d’accordo con questa dichiarazione semplicistica e poco rispettosa di quei ragazzi che magari lavorano per poter pagare tasse sempre più elevate o di coloro che incontrano difficoltà a causa di docenti troppo severi o troppo assenti  (e quindi poco inclini a dare aiuto agli studenti).

Ho guardato in televisione diversi dibattiti in cui si affronta la questione del lavoro. Si dice sempre che il problema è da ricercare nel fatto che oggi è elevato il numero di persone che si iscrive alle facoltà umanistiche e politico-sociale. Bisogna compiere delle scelte” strategiche” secondo  gli esperti del momento, ossia iscriversi ai corsi di laurea scientifici che garantiscono subito il posto fisso.  E’ vero, ad esempio, che  la laurea in ingegneria  offre più possibilità lavorative (libera professione, insegnamento, lavoro dipendente) rispetto ad una laurea in scienze delle comunicazioni, ma in pratica anche gli ingegneri hanno difficoltà a cercare un impiego e tante volte sono costretti ad emigrare (come i chimici o i fisici).

Spesso ho sentito dire che non è detto che bisogna per forza iscriversi alle università. Perché non concentrarsi sul diploma? Perché non fate frequentare ai vostri figli gli istituti tecnici e professionali che preparano ad un mestiere ben preciso? “Le aziende cercano i diplomati presso gli istituti tecnici superiori e non ne trovano”. Questa è forse la dichiarazione che mi fa infuriare di più.  Sono andata in cerca di lavoro avendo un diploma “spendibile” , ma da un anno a questa parte nessuna delle agenzie interinali che ho contattato mi ha mai dato una risposta.

Dunque questi sono tutti pretesti.  Sembra che chi studia questo fenomeno, tralasci volontariamente la questione principale: l’assenza di finanziamenti per incrementare l’occupazione. Direi a questi capelloni che analizzano i dati sulle sul numero dei laureati e sul fuoricorsismo che magari bisognerebbe investire per creare lavoro. Solo in questo modo potremo risolvere il problema della crescita. Se le istituzioni non prevedono piani d’investimento veri per favorire l’occupazione, la questione della disoccupazione giovanile in Italia non si risolverà mai. In questo modo rischiamo di perdere i nostri talenti migliori e di diventare sempre meno competitivi a livello internazionale.

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