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Se Marx legge Darwin e nessuno legge Marx

di Laura Bonaventura e Giuseppe Caivano

L’Origine della Specie uscì nel 1859, il primo libro de Il Capitale nel 1867: in comune Marx e Darwin avevano un’idea rivoluzionaria. Ma Marx conosceva anche gli scritti di Darwin (definì “splendidi” i suoi lavori) e quando gli inviò una copia de Il Capitale, Darwin gli rispose con una lettera di ringraziamento:

Dear Sir:
La ringrazio per l’onore che mi ha fatto inviandomi il suo grande lavoro sul Capitale, mi sarebbe piaciuto con tutto il cuore di poter essere più degno nel riceverlo, comprendendo meglio il profondo ed importante argomento qual è la politica economica. Anche se i nostri studi sono così differenti, io credo che entrambi desideriamo onestamente l’estensione della conoscenza, e che questa sia sicuramente la strada da percorrere per la felicità degli Esseri Umani.
I remain, Dear Sir
Yours faithfully,
Charles Darwin

A differenza di quanto si crede Darwin nutrì molti dubbi sulle proprie teorie e molti di questi vennero malamente interpretati dai suoi detrattori, sia dell’epoca che odierni: si pensi ad esempio ai famosi anelli mancanti (mai citati peraltro da Darwin) o al fatto che molte persone oggi sono ancora assolutamente convinte che l’uomo discenda dalla scimmia, a ricordo di una famosa caricatura ottocentesca.

Marx da parte sua intuì che le teorie del naturalista britannico erano incomplete: la genetica vera e propria inizierà infatti molto più tardi e per arrivarci si passerà attraverso le pseudoscienze eugenetiche, quelle nate dal cugino di Darwin, Francis Galton, per fortuna oggi più famoso per gli anticicloni. Marx capì, grazie a Darwin e prima di tutti gli altri, che la nostra storia è il frutto dell’evoluzione naturale (e casuale), scriveva infatti

La storia in sé è parte della storia naturale e dello sviluppo naturale dell’uomo. […] Le due parti sono inseparabili; la storia della natura e quella degli uomini sono interdipendenti finché esiste l’uomo.

Una società come quella ipotizzata da Engels e Marx, in cui ciascuno partecipa allo sviluppo comune secondo le proprie capacità e inclinazioni (e riceve ciò di cui ha bisogno) ha ragione scientifica, perché è il tipo di organizzazione che ha portato a Galilei come all’alfabeto, a Van Gogh come all’irrigazione.  Lo Stato non è quello che teorizza Rousseau, una corruzione del buon selvaggio per mezzo della tecnologia, nato come contratto tra ricchi e potenti. La complessità dello Stato nasce da un processo auto catalitico, cioè che si alimenta da solo (più cibo = crescita demografica, più persone = più produzione di cibo). Dove ci sono tante persone non si può vivere di faide e vendette famigliari (servono dei giudici e delle leggi) e non tutti possono partecipare a un assemblea per decidere se costruire una diga o no (servono degli amministratori). Tutto questo lo dimostra la storia, e alla sua nascita è proprio lo Stato che fornisce i mezzi di produzione e a distribuisce i profitti: come dire, il Marxismo ai tempi di Hammurabi. E tutto questo naturalmente, senza basi filosofiche o politiche.

Marx a differenza dei suoi colleghi analizzò la struttura della società del suo tempo con un metodo rigoroso, capì che la scienza non trova le soluzioni ma spiega i fenomeni, compresi quelli sociali ed economici e diventa quindi lo strumento per superare le disuguaglianze sociali e il razzismo, se non nell’immediato (per quello ci vuole la rivoluzione) almeno, col tempo, nella testa delle persone, tramite la conoscenza, da non confondere con l’informazione.

Oggi le soluzioni che ci vengono proposte per uscire dalla crisi sono il ritorno al culto del capo, della patria e del corporativismo di memoria nazifascista, oppure la partecipazione totale dei cittadini anche senza competenze specifiche alla vita pubblica, tramite la democrazia totale di internet (un falso mito?) cui fa capo anche l’ultraliberale movimento del Tea Party. Al contrario non molti oggi si riconoscerebbero nelle eloquenti parole di Bryn Rowlands (Financial Times):

Forse la conoscenza delle teorie economiche di Marx avrebbe potuto permettere ai nostri economisti e politici di evitare, o perlomeno di attenuare, l’attuale crisi del capitalismo.

La conoscenza dell’analisi marxista dovrebbe anzi essere condizione imprescindibile per i politici attuali che si definiscono progressisti o di sinistra. Essa non è mai caduta in disgrazia: è possibile affermarne la validità e la fondatezza osservando i fenomeni economici degli ultimi anni. Alla sinistra è affidato il compito di aggiornare l’analisi marxista per renderla adeguata alle sfide del capitalismo moderno. Il non tenerla presente ha portato invece le sinistre ad errori grossolani, ad esempio il vedere “la fine del capitalismo” ad ogni crisi economica. Crisi dei mutui americani? E’ la fine del capitalismo. Collasso del sistema bancario? E’ la fine del capitalismo. Crisi del debito pubblico? E’ la fine del capitalismo. Marx avrebbe ammonito che le crisi non sono altro che un modo con cui il capitalismo può riaffermarsi ciclicamente, ristrutturarsi e trovare nuova legittimazione.

Sono questi i motivi per cui avremmo bisogno, ancor prima di porre le basi per costruire un nuovo sistema economico-sociale, di riappropriarci degli strumenti per capire bene come funziona quello vecchio. Quegli strumenti che abbiamo così repentinamente buttato via.

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Qualcosa di Sinistra

1 Commento

  1. Mi sono iscritto apposta per poter replicare.L’analisi storica fatta da Marx è un’offesa all’intelligenza dell’uomo,in quanto l’ultimo degli imbecilli può tranquillamente dimostrare che passato e futuro non esistono nel mondo reale,il quale conosce solo il momento presente.Ergo,l’analisi marxista va a farsi benedire proprio in quanto marxista.Non esiste la storia,esistono i libri di storia,non volete capirlo/accettarlo…….la società deve essere in funzione delle persone,non certo dello stato,levatevi dalla bocca almeno Galilei che pace all’anima sua viveva in quella specie di federazione anarchica che era la mia toscana.

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