L’enigma della camera chiusa

A febbraio di quest’anno si è concluso il processo ai vertici Eternit Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, entrambi condannati a 16 anni di reclusione: una condanna definita esemplare, frutto dello straordinario lavoro del PM Raffaele Guariniello, noto anche per il processo per il rogo alla ThyssenKrupp di Torino.

Ma nonostante questo ben poco è stato risolto. A Porto Marghera, per esempio, si calcola che i lavoratori esposti alle fibre di asbesto siano 6 mila e che i casi di tumore (in particolare di mesoteliomi pleurici e peritoneali) nell’area circostante superino di più di 400 unità la media nazionale: alcuni lavoratori non sono mai stati risarciti o lo sono stati solo a metà. Per non parlare di coloro che hanno sviluppato patologie quali asma e bronchiti lavorando negli impianti che producevano CVM e PVC; nonostante l’impegno di Medicina Democratica, del compagno Bortolozzo, del C.U.B e dell’A.L.L.C.A. e del PM Felice Casson, fautori della riapertura del caso dopo 10 lunghi anni, moltissimi ex operai e tecnici della Montefibre non hanno mai ricevuto nemmeno una lira: tanto i medicinali, quando va bene, li paga la Sanità Pubblica.

Nderim Cekerzi è morto dopo 10 mesi di coma a causa di una caduta da una gru: il suo ormai ex datore di lavoro ha patteggiato e non ha sborsato un solo centesimo, la figlia e la moglie dell’operaio vivono grazie all’indennizzo dell’INAIL. Di contro Mario Soggiu è morto nel 2009, ma secondo l’INAIL non doveva essere nel vano scale in cui si trovava, risultato? Nessun risarcimento. Bibi Chirita, un tuttofare che non ha mai ricevuto un’adeguata preparazione tecnica riguardo la sicurezza sul lavoro, nel 2000 morì schiacciato dal cassone di un camion e il risarcimento è arrivato solo quest’anno grazie al ricorso in Cassazione.

A partire dagli anni ‘60 l’ACNA (EniChem) riversava i propri rifiuti nelle acque nei pressi di Cengio. Testimone dello scempio fu anche Beppe Fenoglio che nel suo Un giorno di fuoco (edito da Einaudi) ne parla così:

Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna

Dopo anni di lotte congiunte di semplici cittadini e dei dipendenti dell’azienda, l’ACNA ha chiuso, ma le opere di bonifica sono tutt’ora lentissime e il risarcimento da parte dell’ENI sembra ancora un lontano miraggio.

Quante altre storie simili si possono raccontare nel nostro Paese? Centinaia, forse migliaia.

Quello che è chiaro in casi come questi è che la colpa non è dell’asbesto o dell’altezza o di un peso o del fuoco di un incendio, è semmai della negligenza, della noncuranza, dell’avarizia del datore di lavoro, del caposquadra, dell’amministratore delegato, dello Stato.

In alcuni romanzi gialli si è fatto uso dell’espediente della cosiddetta camera chiusa così che l’attenzione del lettore si spostasse dall’identità dell’assassino alle modalità dell’omicidio: quando si muore sul lavoro se si conosce il come la ricerca dell’identità del responsabile è irrilevante perché essa è diventata palese.

Nei gialli di questo tipo infatti la camera è chiusa dall’interno, l’assassino quindi vi si trova forzatamente dentro. Si tenga anche bene a mente che non sempre l’omicida è il maggiordomo: troppo scontato, anzi è ormai un cliché abbondantemente superato. Molto più frequentemente accade che alla fine del romanzo si scopre che l’assassino altri non è che il cordialissimo padrone di casa. Peccato che talvolta proprio questa certezza porti fatalmente all’impunità dello stesso.

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Laura Bonaventura

“Non comanderò, né sarò comandato”

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