Sarò anche un povero coglione, Grillo, ma la tua non è democrazia

Che Beppe Grillo non abbia mai aperto un libro di scienza politica (un manuale base, per carità) posso anche capirlo: il suo mestiere (almeno una volta) era far ridere la gente. Che poi abbia fondato un movimento (che a suo dire non è un partito) con un programma preciso, è pacifico e legittimo. Non lo è per nulla, però, affermare di essere diversi, parlare di democrazia partecipativa, riempirsi la bocca di Berlinguer e Pertini, e poi gestire il suo movimento peggio che Di Pietro con l’Idv o Berlusconi con il Pdl.

Ieri il comico genovese nel suo “comunicato politico 49” ha cercato maldestramente di archiviare le polemiche seguite  alla “scomunica” degli organizzatori dell’incontro nazionale di Rimini (3-4 marzo) e poi all’espulsione del consigliere comunale di Ferrara Valentino Tavolazzi.

“Nel Movimento 5 stelle la democrazia diretta è realtà quotidiana, non c’è bisogno che qualcuno la interpreti per noi.”

Di quotidiano nel M5S a quanto pare ci sono solo i diktat di Grillo (e del suo guru informatico Casaleggio), senza contare che il famoso “we government” (ovvero la democrazia diretta coniugata alla democrazia rappresentativa) è realtà a Chicago, in Svezia, in Norvegia, ma non in Italia (e tanto meno nel movimento di Grillo).

Nei movimenti dove vige la democrazia diretta (il we government, appunto) non è nemmeno minimamente contemplata la possibilità che il fondatore si svegli alla mattina e, come un santone qualsiasi, dirami a post e tweets unificati il suo verbo assoluto e incontestabile. E non c’è da interpretare proprio nulla: questa è prassi quotidiana divenuta teoria  nelle principali Schools of Governments (leggi: facoltà di scienze politiche) del mondo.

Il mio ruolo è quello di garante di queste (poche) regole e di amplificatore. I media, in particolare quelli liberal e di sinistra, vogliono dividere il M5S da Beppe Grillo, il despota. Poveri coglioni.

Quali sono queste regole? A parte quelle note, nel famoso Non-Statuto (che è uno statuto, l’unica differenza con quello di movimenti democratici è che altrove c’è una commissione di garanzia, nel M5S c’è Grillo e punto) all’art.3 è ben chiaro quali siano i poteri di Beppe Grillo:

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

Come per il logo del PDL, anche il M5S ha un suo proprietario, un padre-padrone, che tutto decide: la democrazia? Forse è quella dell’applauso che dipingeva Bobbio a proposito di Craxi, anche se qui oramai esistono solo i likes o i retweet: ecco, è la democrazia dell’applauso digitale, visto che riunirsi è roba da vecchi partiti.

Un’identità? Il M5S non ce l’ha. Maldestramente si unisce al refrain berlusconiano che vuole che Destra e Sinistra siano una cosa sola. Ma è qui che i grillini dimostrano di non sapere manco cosa sia un manuale universitario di politologia di base: destra e sinistra ce l’hanno, un senso, eccome. Sono due visioni del mondo contrapposte, due identità ideali e culturali distinte.

Non lo sono nel modo di fare i loro rappresentanti? Questo è un altro conto: che la sintonia e il rapporto tra eletto ed elettore sia stato spezzato dal Porcellum e dalle leggi ad personam/s è evidente a tutti. Ma da qui a dire che Destra e Sinistra non abbiano più senso o, peggio, siano uguali, ce ne passa.

Potrei riempire pagine e pagine a citare politologi e sociologi sull’argomento, ma sarebbe un mero sfoggio di cultura personale, anche abbastanza noioso. Soprattutto inutile, visto che i grillini non sentono ragioni: si lamentano di non essere capiti, ma non si sforzano di capire le reazioni degli altri. Non la pensi come me? Allora sei un mio nemico. Una banalizzazione del confronto politico vecchia di secoli che non solo dimostra l’arretramento politico e culturale in cui sono immersi i presunti innovatori, ma anche porta ad una polarizzazione del confronto politico (ridotto ad un apocalittico scontro tra forze del bene e forze del male) che nei fatti è l’apripista di ogni dittatura.

I commenti dei fan sfegatati di Grillo nel giustificare l’autoritarismo del capo sono fenomenali: tolto il nome, sembra sentir parlare un berlusconiano (o un dalemiano, un vendoliano etc.) di ferro; il capo, in quanto capo, ha sempre ragione. La dialettica interna? Azzerata. Uno conta uno? Un ricordo. Le spinte dal basso? Specchietti per le allodole che nei fatti sono solo schiamazzi di un’armata brancaleone tenuta assieme dall’odio per la politica.

I toni, le parole, i gesti, il modo di fare: tipiche di un ducetto con crisi di legittimità. E come si ottempera ad una crisi di legittimità? Si punta il dito contro il nemico esterno (i media, i partiti, chiunque non sia grillino), che poi è solo un modo per dare la caccia all’eretico interno. E non c’era bisogno di Grillo, la stessa cosa succede in Siria, in Iran, e prima ancora le Crociate cristiane in Terra Santa servivano proprio per sanare antiche fratture interne.

In sintesi, caro Beppe, io sarò anche un povero coglione, ma la tua non è democrazia: è il rigurgito della peggiore tradizione autoritaria. E quanto al “we government”, se posso, consiglierei ai tuoi seguaci di andare a lezione da Alessio Baù, che è di Sinistra, ma, guarda un po’, al riguardo ne sa molto di più dei web-santoni come te.

NOTA: chi mi segue sa che distinzione faccio tra “grillini” e “militanti del Movimento5Stelle”. Soprattutto tra grillini e eletti-militantiM5S. I primi per me non hanno nulla da invidiare ai trinariciuti berlusconiani; i secondi hanno un cervello, lavorano, si sbattono anche per gli altri e, spesso, sono i primi ad andarci di mezzo quando Grillo spara bordate dal blog, senza pre-avvisare nessuno di loro (spesso compromettendo il loro lavoro, frutto di mesi di olio di gomito). Ergo: ben vengano gli eletti del Movimento 5 Stelle come Mattia Calise a Milano, ce ne vorrebbero a mazzi nei consigli comunali. Ma quelli che parlano e basta, sparando giudizi (spesso anche sui loro eletti), senza sapere il mazzo tanto che si fanno, bhè, non oso immaginare i disastri che farebbero.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro “Casa per Casa, Strada per Strada”. Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

70 commenti

  1. Giuseppe Patanè attraverso Facebook

    la cosa interessante è che ogni qual volta si parla di grillo, interviene il pattuglione dei commentatori a lenzuolo. ma che è, l’unto del signore grillo, che non si può nemmeno scrivere un articolo su di lui? bah.

  2. certo che si può scriverne Patanè e si può anche rispondere…..sai si chiama democrazia:)
    Valerio Alleva tu a quanti capipopolo e ciarlatani hai dato il tuo voto nella tua vita? Riflettici….buona notte!

  3. ciao Pierpaolo mi chiamo Salvatore Cau e sono un simpatizzante del movimento 5 stelle, commento questo post per dirti che non sei un povero coglione ma anzi una persona che ha il coraggio dei suoi pensieri e per una democrazia esprimere un dissenso deve essere il punto di partenza per la riflessione e per l’automiglioramento, senza sfociare in inutili litigi che non dovrebbero appartenere a noi ma a quei ladri in giacca e cravatta che molti si ostinano a chiamare politici… detto questo spero che tu continui a scrivere e a far valere le tue idee… a breve spero anche di leggere una tua alternativa poichè il tuo era un attacco diretto al modello proposto da Beppe Grillo… un saluto dalla Sardegna e a risentirci! 

    • Ciao Salvatore,
      se la gente accettasse le critiche e imparasse a smontare le opinioni degli altri ricorrendo a fatti concreti e dati, forse questo paese andrebbe meglio. Fino ad adesso, nessuno mi ha smentito sui modelli di “we government” e sulle loro pratiche interne. Il mio modello è quello, coniugato con determinati valori. 
      Un saluto,
      PF

  4. Pasqualino Campus, sicuramente non lo darò a chi si crede ultimo depositario della democrazia.

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