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Keynes: “Folle e oltraggioso ridurre la spesa”. La Troika lo sa?

John Maynard Keynes, colosso dell’economia contemporanea, in una conversazione radiofonica con Sir Josiah Stamp smontò la costruzione degli effetti benefici delle politiche di austerity. Venne trasmessa dalla BBC il 4 Gennaio 1933. Ben 79 anni fa. A leggerla, però, sembra attualissima.

D’altronde il ragionamento non è così complesso anche per chi di economia non ha mai masticato: se tolgo reddito ad un individuo egli non spenderà, e dato che “il consumo (o la spesa) di uno è il reddito di un altro”, per dirla con lo stesso Keynes e la sua funzione di Consumo e Investimento, di conseguenza un altro individuo vedrà ridotto il suo reddito, innescando una spirale senza fine: meno consumi, le aziende non vendono, quindi licenziano, più disoccupati, quindi più persone che non spendono, quindi più crisi per le aziende, più licenziamenti e così via. Recessione e depressione.

Ma tutto questo gli avvoltoi della Troika e dell’Unione Europea lo sanno?
Ovviamente si! Il punto è però un altro: da almeno 40 anni con l’avvento del neoliberismo, sulle politiche economiche degli Stati hanno preso il sopravvento idee che con Keynes (men che meno con Karl Marx) non avevano nulla a che vedere. Sono passate all’opinione pubblica, come dogmi religiosi da seguire ciecamente, le idee di economisti come Ralph George Hawtrey (che con J. M. Keynes ebbe scontri sulla Treasury View del Tesoro Britannico, sulla politica monetaria ecc…), Milton Friedman (uno dei padri dei massacri e del terrore sia sociale che economico del Sud America negli anni ’70 e non solo, nonché monetarista che ha allarmato tutti dall’incubo inflazionistico legato all’aumento di massa monetaria), Arthur Cecil Pigou (il quale esclamava che per aumentare l’occupazione bisognava ridurre i salari, che, da come ho spiegato pocanzi con le parole di Keynes, è una concezione sballata) e via dicendo…Chi è che obiettivamente oggi direbbe, come Keynes 70-80 anni fa: non applicate misure di austerity, il pareggio o peggio il surplus di bilancio.

Spendete a DEFICIT !!!
Probabilmente vi prenderebbero per matti perchè oggi la visione economica dominante è quella del pareggio di bilancio, dello Stato “virtuoso” che gestisce le sue casse come una famiglia, che non deve avere il minimo deficit di bilancia commerciale.
Prima di lasciarvi alla conversazione radiofonica tra Keynes e Stamp, vi riporto delle parole del premio Nobel per l’Economia Paul Krugman:

“[…] l’austerità è stata un fallimento ovunque essa è stata applicata: nessun paese con debiti importanti, diciamo, è riuscito a tagliarli tornando così nelle grazie dei mercati finanziari. […] è vero che tutti i paesi europei hanno più benefici sociali – includendo l’assistenza sanitaria universale – e una spesa pubblica più alta dell’America. Ma le nazioni che ora sono in crisi non hanno un welfare più grande rispetto a quei paesi che invece stanno andando bene. La Svezia, con i suoi famosissimi benefici sociali, è una grande performer, ovvero uno dei pochi paesi il cui PIL è ora più alto rispetto a quanto era prima della crisi. Nel frattempo, prima della crisi, la spesa sociale – spesa sui programmi di welfare – era stata inferiore rispetto al reddito nazionale, in tutte le nazioni ora in difficoltà, rispetto alla Germania, per non parlare della Svezia.”

Di seguito la conversazione radiofonica.

Stamp: … leggiamo continuamente sui giornali, credo restando noi stessi confusi, tutte queste controversie sullo spendere e sul risparmiare. A che conclusioni pensi che il pubblico sia giunto in merito? Ritieni che tutte queste discussioni abbiano fatto emergere dei punti particolari, rendendoli chiari, o è tutto così confuso come all’inizio?

Keynes: La mia impressione è che l’umore della gente stia cambiando. C’era un bel po’ di panico circa un anno fa. Ma non è forse vero che ora ci si sta rendendo conto abbastanza generalmente che la spesa di un uomo è il reddito di un altro uomo? Comunque, questa mi sembra essere la verità fondamentale, che non deve mai essere dimenticata. Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa, sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia. Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno.

S.: Ciò significa che egli riduce il reddito di un secondo uomo, e che qualcun altro rimarrà senza lavoro.

K.: Sì, questo è il guaio. Una volta che la caduta è iniziata, è difficilissimo fermarla.

S.: Un momento. Osserviamo il risparmio di un Ministero o di un individuo, e consideriamo il suo effetto. Un paese o una città, proprio come un individuo, debbono vivere nei limiti delle loro risorse o si troverebbero in grave difficoltà se provassero a spingersi oltre. Molto presto intaccherebbero il loro patrimonio.

K.: Ci può essere solo un obiettivo nel risparmiare, ed è esattamente quello di sostituire una spesa con un altro e più saggio tipo di spesa.

S.: Sostituire! Questo mi fa comprendere il punto. Ad esempio, se il Governo o le autorità locali risparmiassero per ridurre le imposte o i saggi di interesse e permettessero agli individui di spendere di più; o se gli individui spendessero meno in consumi, per usare essi stessi il denaro nella costruzione di case o di fabbriche, o per prestarlo ad altri a tale scopo. Non servirebbe tutto ciò ad aggiustare le cose?

K.: Ma, caro Stamp, è questo che sta accadendo? Ho il sospetto che le autorità spesso risparmino senza ridurre i tassi di interesse o le imposte, e senza passare il potere di acquisto aggiuntivo agli individui. Ma anche quando il singolo riceve il potere di acquisto aggiuntivo, di solito sceglie la sicurezza o, quanto meno, pensa che sia virtuoso risparmiare e non spendere. Ma non sono veramente questi risparmi, tesi a far abbassare i saggi e le imposte, che sono al centro delle mie polemiche. Sono piuttosto quelle forme di risparmio che comportano un taglio della spesa, nei casi in cui quest’ultima dovrebbe essere naturalmente coperta con il debito. Perché in questi casi non c’è alcun vantaggio connesso col fatto che il contribuente avrà di più, a compensare la perdita di reddito dell’individuo che subisce il taglio.

S.: Allora, ciò che intendiamo realmente è che, salvo il caso in cui la mancata spesa pubblica venga bilanciata da una spesa personale aggiuntiva, ci sarà troppo risparmio. Dopo tutto, il normale risparmio è solo un differente tipo di spesa, trasmessa a qualche autorità pubblica o alle imprese, per produrre mattoni o macchinari. Il risparmio equivale a più mattoni, la spesa a più scarpe.

K.: Sì, questo è il problema in generale. A meno che qualcuno stia effettivamente usando il risparmio per i mattoni o per qualcosa di simile, le risorse produttive del paese vengono sprecate. Insomma il risparmio non è più un altro tipo di spesa. Ecco perché dico che la deliberata riduzione di investimenti utili, che dovrebbero normalmente essere attuati con il debito, mi sembra, nelle attuali circostanze, una follia e, addirittura, una politica oltraggiosa.

S.: La difficoltà sta nell’individuare ciò che tu chiami «investimenti utili normali».

K.: Al contrario. Il Ministro della Sanità, se sono ben informato, sta disapprovando praticamente tutte le normali richieste delle autorità locali di indebitarsi. Ho letto, per esempio, in un giornale – anche se non posso garantire i dati di persona – che un questionario spedito al Consiglio Nazionale delle Imprese Edili mostra che qualcosa come 30 milioni di sterline in lavori pubblici sono stati sospesi come risultato della campagna nazionale per il risparmio. La si dovrebbe chiamare «campagna nazionale per l’intensificazione della disoccupazione»!

S.: Per quale ragione si sono spinti fino a questo punto? Perché stanno facendo questo?

K.: Non posso immaginarlo. È probabilmente l’eredità di qualche decisione presa in un momento di panico molti mesi fa, che qualcuno ha dimenticato di invertire. Pensa a quello che significherebbe per lo stato d’animo della nazione, e in termini umani, se avessimo anche solo un quarto di milione di occupati in più. E non sono sicuro che le ripercussioni della spesa si fermerebbero a quella cifra.

S.: Sono piuttosto suscettibile per quanto riguarda gli interventi governativi. Comunque,  rendersela con un Ministero, che lo meriti o no, è una cosa completamente diversa dall’incitare gli individui a spendere di più. Anche se una sollecitazione a questi ultimi potrebbe sembrare una cosa sciocca e pericolosa; sciocca a causa della riduzione dei loro redditi, che potrebbe rendere una spesa superiore insopportabile; pericolosa perché, se si inizia con l’incoraggiare le persone a essere imprudenti e a rinunciare alle loro abitudini di frugalità, non si sa dove si va a finire.

K.: Sono pienamente d’accordo. Non è l’individuo il responsabile, e non è quindi ragionevole attendersi che il rimedio venga dall’azione individuale. Ecco perché pongo così tanto l’accento sull’intervento delle pubbliche autorità. Sono loro che debbono avviare il processo. Non ci si deve aspettare che gli individui spendano di più, quando alcuni di loro stanno già indebitandosi. Non ci si può aspettare che gli imprenditori procedano a degli investimenti aggiuntivi, quando stanno già subendo perdite. È la comunità organizzata che deve trovare modi saggi per spendere e avviare il processo.

S.: Voglio affrontare la questione anche dall’altro lato. Al fine di conservare l’abitudine individuale alla parsimonia, non è necessario che le pubbliche autorità sentano la loro responsabilità in questa direzione? Se questa abitudine, così utile nella vita individuale, deve recare giovamento alla comunità, è essenziale che si trovino modi utili di usare il denaro risparmiato.

K.: Sì, questo è ciò che dico. E inoltre, quello della diminuzione dell’attività, e quindi del reddito nazionale, non è un modo incredibilmente miope in cui cercare di pareggiare il bilancio?

S.: Bene, lasciando da parte qualsiasi questione complessa riguardante il debito nazionale, mi sembra che tutto questo riguardi comunque il Ministro delle Finanze in due modi. Innanzi tutto, deve far fronte alle indennità di disoccupazione per gli uomini licenziati, e poi deve tener conto che il gettito delle imposte dipende dal reddito degli individui o dalle loro spese. Cosicché tutto ciò che riduce sia il reddito che le spese degli individui riduce il gettito delle imposte. E se si subisce una diminuzione dal lato delle entrate e un incremento dal lato delle uscite, si deve trovare un rimedio. Un bilancio squilibrato distrugge infatti il nostro credito, anche se c’è una differenza tra un periodo normale e uno anomalo.

K.: Ma Stamp, non si potrà mai equilibrare il bilancio attraverso misure che riducono il reddito nazionale. Il Ministro delle Finanze non farebbe altro che inseguire la sua stessa coda. La sola speranza di equilibrare il bilancio nel lungo periodo sta nel riportare le cose nuovamente alla normalità, ed evitare così l’enorme aggravio che deriva dalla disoccupazione. Per questo sostengo che, anche nel caso in cui si prende il bilancio come metro di giudizio, il criterio per giudicare se il risparmio sia utile o no è lo stato dell’occupazione. In una guerra, per esempio, tutti sono al lavoro, e talvolta anche attività importanti e necessarie non vengono svolte. Allora se si riduce un tipo di spesa, una spesa alternativa e più saggia la sostituirà.

S.: La stessa cosa accadrebbe se il governo stesse attuando un grande progetto edilizio e un programma di risanamento delle aree degradate.

K.: Sì, o di costruzione di altre ferrovie. O stesse bonificando altre terre, o ci fosse un’industria in rapida espansione a causa di nuove invenzioni, o qualsiasi altra ragione di questo tipo.

S.: Ma se, come accade oggi, una metà della forza-lavoro e degli impianti del paese sono inattivi, ciò indica che se un tipo di spesa viene ridotto, essa non sarà rimpiazzata da una spesa alternativa più saggia. Significa che niente prenderà il suo posto: nessuno sarà più ricco e tutti diverranno più poveri.

K.: Trovo che siamo d’accordo più di quanto pensassimo. Ma molte persone ritengono oggi che persino le spese praticabili costituiscano una vera sciocchezza. Quando il Consiglio della Contea decide la costruzione di case, il paese sarà più ricco anche se le case non garantiranno alcuna rendita. Se non si costruiscono quelle case, non avremo nulla da mostrare fatta eccezione per il maggior numero di uomini che ricevono un sussidio.

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Valerio Spositi

Sono uno studente universitario di Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Studioso di economia eterodossa, da tempo ho focalizzato la mia attenzione sulla struttura dell'Unione Monetaria Europea e le sue conseguenze nonché sul funzionamento della moneta moderna. Interessato alla filosofia e specialmente al pensiero di Karl Marx, sono un critico radicale del capitalismo.

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