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Gramsci, Saviano e i riformisti

Roberto Saviano ieri, non avendo nulla di meglio da fare, è salito in cattedra su Repubblica per elogiare i riformisti (se ne sentiva proprio il bisogno). La sua opinione è, per carità, legittima, benché sia fondata su una ricostruzione storica totalmente falsa e tendenziosa. E se anche fosse vera, ma non lo è, da uno scrittore come Saviano ci si aspetterebbe ben altra profondità nel trattare un argomento del genere.

L’uso strumentale di Gramsci e di Turati per difendere poi l’amico Walter, nell’orgoglio ferito dall’accusa di essere di destra, è di cattivo gusto: se voleva recensire il libro di Orsini, poteva farlo senza dargli il solito titolo sensazionalista alla Scalfari, ma farsi dare uno spazio più ampio nell’inserto dedicato (ma così non lo avrebbe letto nessuno). Anche perché, se magari il compagno Veltroni avesse detto e fatto qualcosa di sinistra negli ultimi anni, forse non avrebbe avuto bisogno di tenere una conferenza stampa per replicare alle accuse.

Ma non è questo il punto. Saviano (o meglio, Orsini) dice una serie di corbellerie da far accapponare la pelle. Tralasciando le frasi estrapolate dal contesto di Gramsci o di Togliatti (che definì Turati l’uomo più corrotto a sinistra semplicemente perché si era convertito alla causa della guerra) e la filippica contro gli estremisti fuori dal Parlamento, degna di Sallusti e compari, Saviano accomuna l’intolleranza al comunismo italiano, dimenticandosi che se non fosse stato per le strutture clandestine del Pci durante il ventennio e le brigate Garibaldi, oggi quelli come lui forse potrebbero esprimersi dalle patrie galere. O forse molto semplicemente sarebbero ad incensare il regime (non che ora non lo faccia). Dimenticandosi che la Costituzione italiana è nata dal compromesso tra comunisti, socialisti e democristiani. E che in prima linea contro mafiosi, corrotti e terroristi c’erano anzitutto i comunisti (abbia la bontà di dare visibilità ai sindacalisti morti ammazzati in Sicilia dagli amici dei sedicenti riformisti di allora).

L’autore di Gomorra pare però avere la memoria corta e lacune in storia, dato che scrive:

“Non è un caso che i fascisti prima e brigatisti poi avessero in odio soprattutto i riformisti. Non è un caso che i fascisti temessero Matteotti che aveva denunciato brogli elettorali. Non è un caso che i brigatisti temessero i giudici riformisti, i funzionari di Stato efficienti. Perché per loro i corrotti e i reazionari erano alleati che confermavano la loro idea di Stato da abbattere e non da migliorare.”

A parte che se così fosse, Saviano dovrebbe spiegarci come mai Mussolini si sia affrettato subito a mettere in galera Gramsci nel 1926, mentre Turati lo lasciò a piede libero, benché sorvegliato (il leader socialista fuggirà dall’Italia con l’aiuto di Pertini e Rosselli su un motoscafo e riparerà a Parigi, ma i documenti dell’epoca evidenziano come fosse stato lasciato a piede libero per dare l’apparenza di normalità all’estero); ma la frase sui giudici riformisti è risibile: i giudici erano giudici, che applicavano le leggi dello Stato, per questo venivano ammazzati. Non certo perché fossero “riformisti” (che è, appunto, sinonimo di socialista). Lui stesso usa poi la parola reazionari, di fronte alla quale un “riformista” socialista come Turati gliele avrebbe cantate chiare.

Senza contare che se destra e sinistra oggi non significano più niente (e non è vero: disegnano una visione del mondo diametralmente opposta, aldilà delle formule), il riformismo significa ancora meno ed è ancora più squalificato: riformista oggi non si definisce soltanto Veltroni (sarebbe il male minore), ma anche Alfano, Berlusconi, la Santanchè. Quando stava nel PD, pure la Binetti si definiva “riformista cattolica” (un ossimoro).

Il riformismo, in Italia, non ha mai contato un fico secco. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la famosa secessione dell’Aventino, che permise de facto a Mussolini di chiudere il Parlamento, fu sostenuta proprio da Turati e dal suo Partito Socialista Unitario (quello di cui faceva parte Matteotti, fondato nel 1922, dopo l’uscita dal PSI). Addirittura il PCd’I di Togliatti e Gramsci era contrario, ma i documenti dell’epoca riferiscono di pesanti pressioni proprio dei riformisti sui comunisti, che cedettero per evitare le critiche e le probabili accuse di collaborazionismo.

Se avessimo aspettato il riformismo, Mussolini sarebbe morto nel suo letto ad ottant’anni, come Francisco Franco. Lo stesso PSI negli anni della Resistenza si dimostrò addirittura più filo-sovietico del Pci, se è possibile (memorabili le frasi di Pertini su Stalin e l’Urss, benché l’ex-presidente della Repubblica si definisse proprio un socialista libertario come Turati).

L’anomalia italiana (che prima era caratterizzata dal più grande partito comunista d’Occidente, oggi dall’assenza di un partito di sinistra decente) scaturisce proprio dalla frettolosa decisione nel 1989 di chiudere i conti con il proprio passato, senza fare un’analisi seria degli errori e di come portare avanti gli obiettivi, sempre validi, del socialismo, nonostante la fine del socialismo reale in Russia.

Non c’entra nulla l’intolleranza dei comunisti verso gli altri (Berlinguer tutt’ora è visto come fumo negli occhi e come un traditore da parte dei reduci del movimento studentesco degli anni ’70), c’entra il fatto che, mentre negli altri paesi si rinnovano e al tempo stesso si consolidano le proprie identità, l’Italia è l’unico paese nel quale in vent’anni si è cambiato quattro volte simbolo, mantenendo sempre la stessa classe dirigente (salvo i deceduti).

Rinnegare però i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per ridare la speranza ai milioni di poveri, di svantaggiati, di diseredati a cui la Destra non parlerà mai, perché il suo elettorato di riferimento è un altro.

Ma tutto ciò non si spiega solo con il DNA burocratico-comunista che tutt’ora anima le loro menti (e che era l’unica cosa che dovevano abbandonare 20 anni fa). In alcuni anche in modo inconsapevole (il che è ancora peggio). Bensì per il fatto che sentendosi liberali, cadendo nell’amnesia, hanno espresso il nuovo conformismo, adattando ad esso l’antica forma mentis e i vecchi comportamenti.

Ne deriva che non esiste alternativa, perché tutto viene reso uguale, tutto viene eguagliato e infilato nel tritacarne, tutto viene reso così semplicemente e totalitariamente comunista (nel senso più deteriore del termine), che alla fine vince il padre del conformismo, che è espressione di quelle forze reazionarie che non vogliono il Cambiamento, perché questo scalfisce i loro interessi e privilegi e li costringe a mollare anche solo un’oncia delle loro ricchezze.

Diceva Enrico Berlinguer:

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

Un consiglio a Saviano: si legga, non in riassunto, Gramsci e Berlinguer. Ne capisca, se ci riesce, il senso e il significato non solo delle loro parole, ma anche della loro vita. Poi, se gli avanza anche un po’ di tempo, si faccia un bel bagno d’umiltà. Ricordandosi che riformisti erano anche i socialisti craxiani e i ministri socialdemocratici che intascavano tangenti e si iscrivevano alla P2.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

91 commenti

  1. Francesca Senza Bavaglio Iacobsen attraverso Facebook

    “Uno dei più famosi studiosi di Gramsci, Angelo D’Orsi, contattato telefonicamente da Articolotre, è durissimo : “il problema è che Saviano andava fermato prima, l’avete costruito voi dei media, ed è difficile poi abbattere gli idoli: ora gli è concesso di parlare su qualunque tempo, è diventato opinionista su qualunque tematica.”

  2. Ma che cavolo dite! Mi viene voglia di non postarvi piu’. Certo che le rispettava messo alle strette le rispettava eccome! Di fronte a Vidali, poi… ah ah ah!! meglio ridere va’! Comunque io passo tutto e poi se si ride bene e se no pazienza.

  3. La questione è semplice : Saviano ha detto un idiozia, priva di fondamenti storici. Mi dispiace per Fazio e per i suoi 2.000.000 di euro di contratto, pagati dal nostro canone, poverini fanno gli ” spettacoli” assieme, prendono un pacco di soldi e noi a campare con molti, molti meno euro!!!!!!!!!

  4. Ciao Pierpaolo,
    ho un figlio della tua età, quindi non ho vissuto il sessantotto, ma gli anni di piombo me li ricordo bene…
    Soprattutto so, per averlo vissuto personalmente cosa ha significato fare politica di “sinistra”, ed impegnarsi nel sindacato, dagli anni 80 ad oggi.
    Non voglio entrare nel merito di una polemica con Saviano che poco mi interessa.
    Saviano è un uomo, capace, intelligente, ma pur sempre un uomo.
    La popolarità acquisita, pagata cara sulla sua pelle, ed il rispetto che provo nei suoi confronti, comunque non significherà mai che io possa essere sempre daccordo con lui.
    E’ da parecchio che non firmo più deleghe in bianco…. 30 di “discussioni” hanno lasciato il segno…
    Tutti
    noi, più o meno inconsapevolmente, ci siamo trovati, o ci troviamo,
    dietro una barricata, lottando per difenderla, e se possibile farla
    avanzare.Il problema è che quelle barricate sono l’origine delle nostre disgrazie.Servono solo a dare un senso ad entità politiche e sociali anacronistiche.Ma che non servono a noi. Per lo meno non oggi.Nel
    nostro vocabolario comune, siamo abituati, ci hanno abituato, ad
    utilizzare parole diventate pesanti come macigni che però contrastano
    con la realtà che viviamo, e che dovremmo vivere.Parole come “maggioranza” ed “opposizione” mi indignano.Sono concetti astratti, inutili, e, mi ripeto, anacronistici.Io non ho mai votato nessuno per fare “opposizione” (anche se nel mio caso solo quello hanno fatto).Così come “destra” e “sinistra”, oggi cosa sono, cosa rappresentano???Solo per costruire finte barricate, a spese nostre.A
    volersi spingere un passo più in là, che è poi il nodo fondamentale, la
    rappresentanza dei cittadini andrebbe completamente ripensata.Come
    diavolo si può concepire la presenza di centinaia di
    formazioni/aggregazioni politiche che tra loro si defiscono “diverse”??Capisco che l’ideale sarebbe che ognuno di noi avesse il “Suo” partito politico, ma diamine….Possibile che siamo così incapaci di arrivare ad una sintesi collettiva??Rimarrò sempre convinto che le “contrapposizioni” oggi debbano essere superate.Le guerre, anche quelle utili e necessarie, nella storia le abbiamo combattute sempre noi, il popolo.
    “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo
    di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al
    servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per
    questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.”    EB

    Si può credere e lavorare per un mondo diverso.Senza
    tirare in ballo utopie ed ideali, che hanno generato danni immensi,
    semplicemente affidandosi alle Idee di ognuno, facendone una sintesi,
    appunto.Per motivi di lavoro ho visitato molti posti dell’Italia, dell’Europa e del Mondo (compreso zone calde come Iraq ed Iran).I desideri e le necessità degli uomini sono le stesse ad ogni latitudine (PACE – Lavoro – Dignità – Futuro – …).Per questo mi permetto un pensiero, che vorrei estendere a tutti i giovani che incontro:non fatevi imbrigliare dagli schemi “storici” a noi così tanto cari… avete l’opportunità di ripensare davvero regole democratiche migliori.Berlinguer aveva pensato ad una “terza via”, che non abbiamo mai conosciuto….Voi potete inventarvi una “quarta via”, una “quinta via”, o come diavolo la vorrete chiamare…Ma non legatevi al passato… trovo davvero assurdo che in un mondo dove tutto muta ad una velocità impressionante, noi ci si debba rifare ancora a parole d’ordine del 1800!!Un caro salutoSalvatore

  5. Antonio Cavallaro

    Mi permetto di postare qui la risposta di Alessandro Orsini alle critiche dello studioso gramsciano D’Orsi che riflettono anche il contenuto dell’articolo. Ritengo che la risposta di Orsini sia utile per tenere alto il livello del dibattito:
    ***Angelo D’Orsi, professore nell’Università di Torino, ha attaccato Roberto Saviano per avere recensito il mio ultimo libro suRepubblica (Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino): “Saviano – ha detto − l’ha fatta fuori del vaso e il libro di Orsini è una porcheria”. D’Orsi ha addirittura dichiarato che Saviano “andrebbe fermato”, limitandolo nella parola.Lo sfogo di D’Orsi conferma la mia tesi. Due sono le principali culture politiche della sinistra.Vi è la sinistra di Gramsci, il quale invitava a chiamare “porci”, “scatarri”, “pulitori di cessi” e “stracci mestruati” coloro che erano in disaccordo con i suoi convincimenti ideologici; e vi è la sinistra di Turati che condannava l’insulto e promuoveva il libero confronto delle idee.  La sinistra di Gramsci produce un tipo di intellettuale che ricorda la figura del chierico della Chiesa medievale: è un organo del Partito. E il Partito è concepito leninisticamente come una macchina da guerra il cui dichiarato obbiettivo è la dittatura. Certo, nei Quaderni, Gramsci alla strategia della “guerra di movimento” oppose la strategia della “guerra di posizione”. Ma si trattava pur sempre di guerra. E in guerra non c’è spazio per la tolleranza. C’è solo un imperativo: annientare l’avversario incominciando con la sua degradazione morale, che non può fare a meno dell’insulto.Sotto il profilo del metodo, D’Orsi ha attaccato il mio libro perché, a suo dire, non terrebbe in considerazione il contesto in cui Gramsci pronunciava le offese e gli inviti alla violenza contro i suoi critici. A D’Orsi rispondo che il contesto storico-politico in cui vissero Gramsci e Turati fu lo stesso. Nonostante ciò, Gramsci e Turati difesero principi e valori opposti, come ho spiegato nella nota sul metodo che chiude il volume.Gli uomini, pur essendo influenzati dal contesto in cui vivono, rispondono in maniera differente davanti agli stessi stimoli. Questa diversità nel rispondere in situazioni analoghe è, in larga parte, una conseguenza dei valori interiorizzati dall’individuo. La crisi economica che investì la Repubblica di Weimar coinvolse milioni di tedeschi, ma non tutti abbracciarono il nazismo. Allo stesso modo, non tutti i professori universitari italiani giurarono fedeltà a Mussolini. Gli uomini non rispondono in maniera meccanica agli stimoli che ricevono dall’ambiente esterno.Gli uomini scelgono. Gramsci e Turati militavano nello stesso partito quando Mussolini si affermò al congresso socialista di Reggio Emilia; quando ci fu il biennio rosso; quando Lenin impose il Terrore; quando Mussolini conquistò il potere. Eppure, scelsero valori opposti, perché le loro culture politiche erano inconciliabili. Turati promosse sempre la pedagogia della tolleranza. Gramsci, invece, la pedagogia dell’intolleranza e l’elogio dell’insulto. Il metodo dell’analisi culturale comparata − che ho impiegato per la prima volta nello studio della figura di Gramsci − ha esattamente questo obiettivo: mostrare il potere condizionante delle culture politiche e delle teorie pedagogiche, le quali non coincidono con l’azione, ma la predispongono in maniera decisiva.  Alessandro Orsini

    • Quanti professori universitari non giurarono fedeltà al fascismo in Italia? Orsini si documenti. Turati, che avrebbe promosso sempre la pedagogia della tolleranza, si schierò a favore della guerra. Orsini si documenti. Il metodo dell’analisi culturale comparata è stato impiegato per la prima volta a proposito non soltanto di Gramsci, ma anche di Lenin e Stalin da Domenico Losurdo per dimostrare che, senza contestualizzazione, è storicamente fallimentare: un solo esempio, il suffragio femminile, teorizzato da Stuart Mill, fu però applicato per la prima volta senza limitazioni dalla Comune di Parigi del 1871 e in seguito introdotto proprio da Lenin in Unione Sovietica nel 1918. Orsini si documenti.

    • Durante il biennio rosso, infine, Turati e Gramsci militavano nello stesso partito soltanto nominalmente, dato che la linea giolittiana di Turati, già messo sotto accusa da Lenin nel 1917 per il suo interventismo, fece fallire miseramente le rivendicazioni operaie costituendo di fatto lo scivolo ideale per la presa del potere da parte del fascismo. Orsini si documenti.

  6. Andreabellucci

     http://www.esserecomunisti.it/?p=41056&utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=un-revisionismo-storico-in-nome-del-bene-assoluto
    posto l’articolo sul Manifesto di oggi che rammenta anche gli articoli di cui parlavo sotto apparsi su Repubblica

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