Emergenza Nord Africa

Prima gli si fanno lustrare le scarpe, poi si dice loro che sono buoni solo a lustrar scarpe

Il Rapporto 2010-2011 del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) ha reso noti i dati sulle richieste di protezione internazionale inoltrate nel primo semestre del 2011: sono oltre diecimila, con un un incremento del 102% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ l’effetto dell'”Emergenza Nord Africa”, secondo la denominazione adottata dal Ministero dell’Interno per gli arrivi a Lampedusa di migliaia di profughi dai paesi della (maledetta?) Primavera araba.

Con il decreto del 12 febbraio del 2011, in seguito ai primi sbarchi di cittadini tunisini in fuga dalla guerra, il governo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza per l’«eccezionale afflusso di cittadini  appartenenti ai Paesi del Nord Africa». In quel periodo, la propaganda leghista ha prodotto l’effetto assedio: si è deliberatamente scelto di inscenare l’invasione del territorio italiano da parte di orde di non meglio definiti “clandestini”, mentre il governo si è diviso fra le preoccupazioni securitarie del ministro Maroni e l’operazione di rassicurazione immobiliare del Berlusconi che prometteva di acquistare ville a Lampedusa. Nella sostanza, la prima accoglienza dei profughi è stata realizzata in campi chiusi, nei quali l’ingresso era vietato agli operatori umanitari e del terzo settore che si occupano di immigrazione. Le immagini di ragazzi tunisini che cercano di scavalcare le recinzioni dalla tendopoli di Manduria e di fuggire attraverso la campagna pugliese resteranno fra le peggiori testimonianze di un approccio approssimativo all’emergenza.

Un successivo decreto ha rilasciato un permesso di soggiorno per motivi umanitari di sei mesi agli immigrati giunti a Lampedusa fino alla mezzanotte del 5 aprile 2011. Si è scelta, così, la politica del doppio binario, una disciplina legislativa che sancisce una profonda discriminazione in termini di diritti civili fra coloro che hanno avuto la fortuna di imbarcarsi (e non affogare nel Mediterraneo) e approdare in Italia prima della fatidica data e coloro che, invece, sono arrivati a Lampedusa nei giorni e nei mesi successivi. A questi ultimi, infatti, è stata riservata la classica procedura per il riconoscimento della protezione internazionale.

La crociata del potere occidentale in Libia ha prodotto, dopo il 5 aprile, un incremento sensibilissimo del numero degli sbarchi ed è iniziata la triste epopea dei profughi richiedenti asilo. Mentre si fa fatica a tenere il conto di coloro che sono morti nel corso del viaggio, ad oggi, si stimano circa 25 mila persone, di diverse nazionalità, che hanno fanno domanda di protezione internazionale nel nostro Paese, dopo aver attraversato il Mediterraneo in situazioni di estremo rischio. Secondo la normativa, i richiedenti asilo in attesa di riconoscimento dovrebbero essere inseriti nello SPRAR, il sistema che contempla azioni di integrazione oltre che di mera sussistenza,  o usufruire dei centri governativi dislocati sul territorio nazionale (C.A.R.A.).  L’emergenza ha prodotto, però, una terza modalità di intervento regionale, attivata con risorse della Protezione Civile, che in molti casi prevede poco più che vitto e alloggio in condizioni di improvvisazione organizzativa: alberghi adibiti a strutture di accoglienza o tendopoli all’interno di campi sovraffollati. Se si eccettuano alcune positive sperimentazioni, come quella della Provincia di Potenza che sta cercando di estendere gli standard dello SPRAR ai profughi arrivati in seguito all’Emergenza Nord Africa, non si può che registrare l’ennesima inefficienza governativa in tema di immigrazione. Una politica di gestione responsabile dei flussi dovrebbe essere orientata alla trasformazione dell’emergenza in uno stabile progetto d’integrazione dei nuovi arrivati. E invece migliaia di persone continuano a stazionare in grandi hub di concentrazione, dove si riproducono dinamiche di lotta per la sopravvivenza e di lesione quotidiana dei diritti umani. I profughi giunti dalla Libia rappresentano, poi, in caso del tutto particolare: molti di loro, infatti, sono fuggiti da una guerra in corso, ma risiedevano per ragioni di lavoro nello stato di Gheddafi proveniendo dai paesi dell’Africa centrale, prevalentemente Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Eritrea e Somalia; ciò determina che, spesso, le commissioni competenti per il riconoscimento dello status di rifugiato non ravvisino particolari motivi di contrarietà al rimpatrio dei richiedenti nei paesi d’origine. Questa opinabile impostazione non considera la situazione esistenziale dei tanti che vivevano in Libia da anni e che non hanno ormai molti legami con il paese di provenienza, ma che rischiano ugualmente il diniego alla richiesta di protezione internazionale e quindi il rimpatrio forzato o la condizione di irregolarità. E’ il risultato nefasto delle politiche scellerate del ministro Maroni, che intendeva combattere «l’immigrazione clandestina» a forza di respingimenti e proclami xenofobi e rischia, in un sol colpo, di produrre migliaia di immigrati irregolari sul territorio italiano.

Tutto ciò riapre una discussione sull’immigrazione che, spesso, è celata dagli organi di stampa. Nella generalizzazione del caso, sarebbe opportuno chiedersi se il nostro sia un Paese accogliente. Oggi in Italia vivono più di 5 milioni di immigrati che reggono interi settori dell’economia e, cosa molto più importante, fanno parte a pieno titolo della società nazionale nell’era della globalizzazione. Ma l’Italia è anche l’unico paese europeo che, nonostante i richiami dell’Unione, non si è dotato di una legge organica sul diritto d’asilo. Le previsioni in materia restano quelle costituzionali, quelle contenute nella convenzione di Ginevra del 1951 e, purtroppo, quelle contemplate dal pacchetto sicurezza dei respingimenti e del tristemente famoso «reato di clandestinità». L’Italia è il paese in cui ai figli degli immigrati nati nel territorio nazionale non è riconosciuta la cittadinanza; l’Italia è il paese che respinge; l’Italia è il luogo in cui la follia xenofoba e razzista ammazza brutalmente due ragazzi senegalesi. Tutto ciò è il risultato di anni di politiche destrorse e leghiste, orientate alla strumentalizzazione della paura e connotate da approssimazione e restrizione.

Ma Qualcosa di Sinistra c’è. La recente campagna “L’Italia sono anch’io” ha attivato la mobilitazione per una proposta di legge di iniziativa popolare che sostiene lo ius soli e, quindi, la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul territorio italiano; il “Progetto Melting Pot Europa” ha lanciato una petezione per chiedere al governo di rilasciare un permesso di soggiorno particolare per i richiedenti asilo provenienti dalla Libia. Si tratta testimonianze e di impegno, di iniziative da sostenere anche e soprattutto in Paese non accogliente.

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Donato Di Sanzo

Sono profondamente lucano ma vivo e lavoro a Salerno, dove svolgo un dottorato di ricerca in Storia Contemporanea, con una tesi sul conflitto in Irlanda del Nord. Sono iscritto a Sinistra Ecologia Libertà e collaboro con l'Arci di Basilicata alla gestione di progetti di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Credo nella sinistra come motore della solidarietà umana.

4 commenti

  1. In barba a Celentano, questi sono argomenti trattati giornalmente su “Avvenire” e settimanalmente su “Famiglia Cristiana”. Comprare i giornali e verificare……

  2. Si, loro sicuramente sono gli ultimi ma noi… noi gli andiamo appresso.

  3. Anche da penultimi ci si può approssimare al prossimo, può essere utile per il morale, però credo che gli “ultimi” avrebbero bisogno più che un aiuto morale, che la nostra moralità si elevasse al punto di non vendere loro armi, di non approfittarsi economicamente della loro impotenza commerciale, per fissare i prezzi al ribasso di quanto loro producono e mettono in vendita.

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