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Napolitano, tra Kissinger e il NYT

Da molti viene detto che il governo presieduto dall’ex commissario Europeo Mario Monti è il governo del Presidente: il governo deciso da Giorgio Napolitano.

Tengo a precisare innanzitutto che non ho mai amato Giorgio Napolitano. Mi basterà citare tra i numerosi motivi per i quali non provo sentimenti di simpatia, la sua contrarietà alla ormai nota Questione Morale posta da Enrico Berlinguer il 28 luglio 1981 sulle pagine di “Repubblica”.

Non tutti, inoltre, ricorderanno che il mensile (poi diventato settimanale) dell’area migliorista del PCI (di cui faceva parte Napolitano) chiamato “Il Moderno“, aveva al suo interno numerose pagine di pubblicità Fininvest con tanto di elogi all’allora imprenditore Silvio Berlusconi. Uno di questi è il seguente, apparso tra le pagine della sopracitata rivista nel febbraio 1986: “la rivoluzione Berlusconi è di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive” . Questo pezzo viene riportato nel libro “Il Baratto” di Michele De Lucia.

Giorgio Napolitano, oltre a passare all’onore delle cronache italiane odierne per la sua decisione di dar vita al governo Monti, viene elogiato anche  sulle pagine del New York Times in quanto, vi si legge, “il mese scorso [Napolitano, nda] ha aggiunto un ulteriore tassello alla sua carriera di altissimo livello, gestendo uno dei trasferimenti politici più complessi del dopoguerra, e che rimane una garanzia di stabilità politica in un periodo turbolento” ed in quanto “incarna un’Italia diversa, un’Italia di virtù civiche“.
Gli elogi non terminano qui; ed infatti, continua il quotidiano a stelle e strisce, Napolitano viene visto come “una garanzia di stabilità in un periodo turbolento“, e gli si attribuisce “un ruolo importantissimo, seppur dietro le quinte“, anche “dettando i tempi della soluzione e dei suoi contenuti”, e restando “garanzia di stabilità alla guida prudente della nave“.

Insomma, il Presidente della Repubblica è ben visto dagli ambienti d’oltreoceano. Ma soprattutto, ricorda il NYT, anche dall’ex Segretario di Stato USA Henry Kissinger che lo definiva il mio comunista preferito.
Si, Henry Kissinger, proprio colui che non molto tempo addietro disse di non essersi dispiaciuto del colpo di Stato contro Salvador Allende, il Presidente Socialista Cileno democraticamente eletto.

Vi colgo una profondissima e contrastante differenza tra quello che Kissinger pensava di Napolitano e quello che invece pensava di Enrico Berlinguer, quando definiva quest’ultimo “il comunista più pericoloso“.
Lascio a voi formulare una risposta al perchè di tale contrastante visione sul Presidente della Repubblica e sul compianto segretario del PCI.

Per quanto riguarda la visione odierna della figura di Giorgio Napolitano, io personalmente la vedo come la persona che ha privatizzato (più di quanto non lo fosse già prima) la politica italiana affidandola in mano a coloro i quali rappresentano una teoria e visione economico-sociale fallimentare che ha lasciato, nei decenni passati, dietro di se solamente sfruttamento e sangue delle popolazioni più deboli e affamate. Affidandola, non a caso, a coloro i quali rappresentano l’ormai noto (per chi ha letto i miei articoli) “Washington Consensus, termine coniato nel 1989 da John Williamson e ripreso poi da Noam Chomsky, tanto caro ad Henry Kissinger ed alla sua schiera di criminali.

Avere le simpatie di uomini come Kissinger rappresenterebbe per me una vergogna di immense dimensioni che non mi farebbe più uscir fuori di casa. Forse per Napolitano non è così. Ed è anche per questo che preferisco portare alti, e tra la gente, gli ideali, i sogni ed i valori di Enrico Berlinguer, “il comunista più pericoloso“.

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Valerio Spositi

Sono uno studente universitario di Scienze Politiche e Relazioni internazionali. Studioso di economia eterodossa, da tempo ho focalizzato la mia attenzione sulla struttura dell'Unione Monetaria Europea e le sue conseguenze nonché sul funzionamento della moneta moderna. Interessato alla filosofia e specialmente al pensiero di Karl Marx, sono un critico radicale del capitalismo.

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