Le mani sulla città, film di Francesco Rosi del 1963.

Le mani del Potere

Sono gli anni sessanta conosciuti come il periodo del boom o miracolo economico.
Ma il sud d’ Italia e nel caso del film Vico Sant’ Andrea ( Napoli ) attendono che la ricca manna dal cielo li accolga.
Il film comincia con una panoramica aerea della città. Uno spazio talmente ampio da rendersi ghiotto per l’ imprenditoria e la politica locale.
Le parole di uno dei politici più arroganti non lasciano spazio a numerose interpretazioni: “Quello è l’oro oggi. E chi te lo dà? Il commercio? L’industria? L’avvenire industriale del Mezzogiorno, sì! Investili i tuoi soldi in una fabbrica: sindacati, rivendicazioni, scioperi, cassa malattia. Ti fanno venire l’infarto cu sti’ cose.
Uno dei palazzi di Vico Sant’ Andrea crolla, la gente urla disperata ed un bambino rimane ferito: rischia di perdere l’ uso delle gambe.
Il crollo di un palazzo inadeguato provoca le ire della gente e la preoccupazione dell’ amministrazione comunale.
L’ opposizione, incarnata dall’ ingegnere De Vita ( interpretato dal consigliere del PCI Carlo Fernariello ), chiede ed ottiene la costituzione di una commissione plurale di inchiesta.
Dalle indagini emergono notizie allarmanti: l’ edificio, costruito dalla Società Bellavista il cui maggiore azionista era il consigliere centrista Nottola e il cui direttore dei lavori era il figlio del consigliere che in seguito diverrà latitante, non rispettando il piano regolatore, risultava instabile.
L’ inchiesta non porterà comunque a condanne.
A telecamere spente e a film concluso, il lavoro di Rosi ribadisce la sua militanza con la didascalia i personaggi e i fatti sono immagini, ma è autentica la realtà che li produce.
Una realtà pericolosa che nulla ha da spartire con l’ utopia della ricchezza e del miracolo poiché riassume il peggio della politica imprenditoriale italiana.
Politici ed imprenditori vivono in un rapporto di reciproca convenienza.
I primi ne ricavano voti e poltrone, i secondi la possibilità di investire ( con un guadagno sicuro) e di deturpare illegalmente il territorio.
Trionfano l’ economia del mattone e la speculazione edilizia, vale a dire gli interessi dell’ economia criminale.
“ Distruggere, costruire e guadagnare su tutti” è uno slogan che accomuna gli uomini cinematografici del mercato agli imprenditori della Cricca che la notte del Terremoto a L’ Aquila ridevano pregustando i futuri introiti.
Una fazione politica si ribella, chiede l’ epurazione del consigliere connivente e ne esce sconfitta.
Il popolo si ribella e la sua sottomissione viene pagata.
I due tentativi di opporsi falliscono e il film ha un epilogo molto pessimista, non lasciando tempo per sperare in una società più giusta.
Si riprende a costruire e a violare le leggi e le facce delle donne e degli uomini, attori e attrici non protagonisti dotati di spiazzante umanità, non inteneriscono e sono un’ immagine duramente scelta della debolezza della comunità davanti agli interessi privati.
“ E’ l’ economia criminale, che bellezza !” e la gente sembra non potervi porre fine.

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Cerminara Francesco

Sono uno studente iscritto al corso di laurea in Lingue e Culture Moderne dell’ Università della Calabria ( Arcavacata di Rende)… guardo film e ne scrivo spesso sul mio blog, detesto quando si commercializza l’ arte e quando il potere manipola e distrugge la civiltà…. la parola è uno strumento di resistenza. ” Emancipate yourselves from mental slavery” cantava Bob Marley

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