Cose di “casa” nostra e gli alleati “strategici”.

Piccola storia di frontiera. Teatro, la riapertura della Chiesa madre di un paesino della provincia di Agrigento, Raffadali. Tra vescovi, carabinieri e uomini delle istituzioni, il presidente del Consiglio comunale Gaspare La Porta dimentica di essere sul podio da direttore dei lavori e si spertica nel ricordo di Salvatore “Totò” Cuffaro, condannato il 22 gennaio per favoreggiamento alla mafia. Nella chiesa trasformata in una piazza elettorale, una parte applaude, la stragrande maggioranza tace, qualcuno s’indigna, le istituzioni “fischiettano” e uno agisce.Si chiama Aldo Virone, avvocato, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio comunale. Virone ha dalla sua un’altra particolarità: da sempre difende il giornale locale AdEst, organo di stampa indipendente sulle cui pagine sono partite inchieste contro la famiglia Cuffaro sin dal lontano 2003.

E proprio dalle pagine di AdEst parte il primo siluro contro La Porta. “Riteniamo offensive per l’intera comunità e per ogni persona onesta le parole d’elogio utilizzate, in occasione della riapertura della Chiesa madre di Raffadali, dal presidente dal Consiglio comunale Gaspare La Porta nei confronti del condannato per fatti di mafia Salvatore Cuffaro.Chi ricopre cariche istituzionali è tenuto al rispetto dei servitori dello Stato, ed è tenuto ad onorare le persone che hanno sacrificato la vita o la tranquillità personale nel contrasto a quella criminalità organizzata che, con l’elogio a Cuffaro, Gaspare La Porta va ad onorare.Ognuno ha i propri riferimenti etici, ma ci sarebbe piaciuto un ricordo di Pino Puglisi, Paolo Borsellino, Nuccio Montana e di quel Peppino Impastato la cui intitolazione di una via a Raffadali il La Porta osteggia da sempre in consiglio comunale”.

Ma la storia non finisce qui. La Porta incassa e non commenta, la maggioranza del centro destra cerca di far passare sotto traccia la questione, il fratello di Cuffaro, sindaco del paese, si da latitante per non rispondere alle domande, gli organi di stampa tacciono per la benevolenza all’ex Presidente della Regione che tanto li ha foraggiati negli anni passati. Ma Virone è uno tosto e in silenzio non è mai stato. Aspetta il primo Consiglio comunale utile per presentare una mozione di censura al presidente, ma la maggioranza consiliare, intuendo il pericolo, fa mancare il numero legale. Ma è questione di tempo, e questo prima o poi arriva anche in una Sicilia dove tutto sembra fermo. Giorno di metà luglio, stavolta il teatro non è un luogo sacro ma una sede istituzionale: la sala del Consiglio comunale. Virone prende la parola, la voce è calma, serafica. “Siamo in una terra difficile dove chi rappresenta le Istituzioni deve fare una scelta chiara e non ingenerare dubbi o equivoche interpretazioni con le proprie parole: o sta con chi la mafia la combatte ogni giorno o sta con quel sistema di potere che ha fiancheggiato la criminalità organizzata fino ad esserne condannato”.

Apriti cielo. Dai banchi della maggioranza un’esplosione nervosa d’invettive investe l’esponente democratico che, per nulla intimorito, rincara la dose: “capisco che l’ex Presidente della Regione è il padrino politico di molti dei presenti in Consiglio comunale, ma l’affetto non può far dimenticare i doveri connessi alla rappresentanza istituzionale né tanto meno l’insegnamento di Cuffaro che ha accettato la condanna in silenzio e con rispetto delle istituzioni. Il comportamento del Presidente del Consiglio va in tutt’altra direzione e la sua responsabilità risulta aggravata poiché nessuna smentita è stata data alla diffusione della notizia sulla stampa nazionale”. Silenzio irreale nell’aula, sembra che la mozione di censura debba essere bocciata quasi per inerzia, ma ad un tratto si alza una voce: è del consigliere comunale Claudio Di Stefano, neo reggente dell’Udc raffadalese, “mettiamo a verbale” dice, e la sua dichiarazione più che politica è un atto di amore per “l’amico Totò” a cui esprime, in un momento di estasi mistica, il ringraziamento e la vicinanza della collettività raffadalese e dei consiglieri di maggioranza. Il voto, scontato, vede la mozione bocciata con tre soli voti favorevoli. Ma la reazione della società civile è veemente e come sempre passa dalle colonne di AdEst:

“Di Stefano farebbe bene a tacere e non confonda i raffadalesi con la stretta cerchia dei cuffariani che ha devastato il nostro paese negli ultimi 10 anni. La stessa cerchia che non si sta facendo scrupolo di passare da partito in partito per avere sempre un posto al sole. Il voto in Consiglio comunale ratifica ancora una volta che in Sicilia c’è chi sta dalla parte delle vittime di mafia e chi invece “onora” i condannati. In questo contesto vorremmo sapere con chi stanno i dirigenti regionali e provinciali del Pd: con il loro capogruppo che ricorda a tutti che i valori sono fondamentali per la crescita culturale o con gli esponenti dell’Udc e del cosiddetto terzo polo che difendono i condannati per mafia. Non è più il momento dell’ambiguità, sui valori non si possono lucrare voti. Non si può inseguire Casini (garante di Cuffaro fino alla condanna) come alleato strategico e abbandonare i propri militanti. Noi sappiamo da che parte stare, dalla parte di quel Peppino Impastato e di Paolo Borsellino a cui, tutt’oggi, non si è mai reso abbastanza onore”.

Ma il frastuono dello scontro ci riporta indietro nel teatro della politica. Un flashback, mentre il Consiglio comunale veniva sospeso tra minacce di querele e nervi tesi, inquadra Aldo Virone: “avete i numeri per essere maggioranza in Consiglio comunale, ma sui “valori” siete netta minoranza, sui “valori” avete già perso”.

Tela.

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