L’inarrestabile progresso della decrescita

“Oggi l’economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che da soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice.”

Le parole di Tiziano Terzani hanno squarciato e squarciano ancora il velo di conformismo che soffoca la cultura occidentale, impantanata nella folle rincorsa della crescita a tutti i costi.
Il paradigma dello sviluppo verticale e senza limiti è infatti così connaturato nella nostra mente che chi vi si oppone, passa per un Don Chisciotte.
E’ come se le gigantesche strutture capitalistiche globali s’ergessero con violenza sull’umanità, impedendole di fermarsi a riflettere sulla strada da intraprendere. Non c’è il tempo, bisogna correre. Bisogna crescere, appunto. Ed allora ecco che i diritti sindacali vengono dopo la produttività, ecco che gli uomini vengono dopo le merci. Si potrebbe obiettare che non si può rinunciare alla competitività e che le società orientali incalzano, che dobbiamo accelerare il passo. Ma l’economia non dovrebbe essere al servizio delle persone? Che fine ha fatto il “People first”?
Il sistema economico, creato dall’uomo, si è come trasformato in un entità a se stante, che domina il mondo: è dunque diventata opinione comune la necessità di adattarsi ad esso, rinunciando a trasformarlo.
Destra e Sinistra perseguono perciò indistintamente l’obiettivo della crescita e dell’aumento dei consumi.
Ma considerando la quantità di cibo che nei paesi occidentali viene buttata nella spazzatura credo che forse la politica dovrebbe immaginare altre prospettive di progresso. E proprio dalla differenza pasoliniana tra “progresso” e “sviluppo” dobbiamo partire per capire i limiti del nostro modello sociale e immaginarne un altro, sostenibile e solidale. La filosofia della decrescita, abbracciando le istanze dell’ecologismo , della giustizia sociale, del localismo non leghista, sta concretamente disegnando i confini di questo nuovo modo di intendere il progresso. Non bisogna pensare alla decrescita come ad un impoverimento generale. Anche perché la sfida a cui chi chiamano Latouche ed altri pensatori è proprio quella di superare il modello quantitativo, cambiando totalmente l’orizzonte delle aspettative di vita. Alla ricerca di soluzioni pericolose per mantenere i nostri stili di vita ( centrali nucleari, nuove estrazioni petrolifere) la strada della decrescita oppone l’ideale di una società totalmente nuova, capace di mettere al centro l’uomo e le sue reali esigenze come il tempo per gli affetti e per se stessi, una società in grado di ristabilire un rapporto equilibrato con il resto dell’ecosistema (riducendo anche significativamente le emissioni di gas serra). In quest’ottica l’accontentarsi non appare come una castrazione dei bisogni dell’uomo, ma al contrario questi vengono riscoperti ed esaltati. Queste idee potrebbero apparire utopiche ed infantili ma la spinta alla decrescita ha ormai infranto la nicchia intellettuale ed accademica di sinistra, tanto che persino due conservatori liberali come Sarkozy e Cameron hanno capito, e dichiarato pubblicamente, che non il prodotto interno lordo a misurare la felicità di una nazione.

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DanielWalker

Ho 19 anni, sono uno studente, appasionato di politica, giornalismo, filosofia, telefilm. Mi definisco con orgoglio di Sinistra, sogno un paese moderno, solidale, attento ai diritti di tutti. Collaboro anche con "The Post Internazionale". Spero, nel mio piccolo, di dare in Qds voce a chi ne ha poca, parole a chi ha paura, speranza ai disillusi.

7 commenti

  1. Fausto Rossi via Facebook

    APPROVO AL 100%:la rivoluzione deve essere sociale e poi politica:BASTA COL FASCISMO DEL DENARO!Esiste anche il MOVIMENTO DELLA DECRESCITA FELICE!

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