Ritorno agli anni '60. La volontà della Destra è chiara: i figli di nessuno a fare i manovali, i figli di papà al liceo, all'università e a sfruttare, che è la cosa migliore che sanno fare. Anzi, l'unica.

Italia, Ritorno agli anni ’60

Era il dicembre 1962. Amintore Fanfani, alla guida del suo IV Governo, varava l’istituzione della scuola media unica, abolendo gli istituti di avviamento professionali (destinati, nel vecchio ordinamento, a coloro che non avevano la possibilità di proseguire gli studi). Erano gli anni del boom, del centrosinistra, di Kennedy, Kruscev, Papa Giovanni XXIII. Un’altra era. Un altro mondo.

Ebbene, mentre il mondo è cambiato, l’Italia è ancora ferma all’oramai insopportabile scontro tra anticomunisti e comunisti, con la differenza che i secondi non esistono i più, mentre i primi, in virtù dell’esistenza nominale dei secondi (li vedono dappertutto) compiono le peggio schifezze in nome della democrazia (cfr modifiche alla Carta, manifesti anti-giudici etc).

Non solo, sfruttando la debolezza cronica di un’opposizione e una Sinistra che parla un linguaggio tutto suo e riservato agli addetti ai lavori, i signori della Destra stanno cercando di cancellare i minimi fondamentali diritti che sono costati la vita e il sangue di migliaia di militanti socialisti e comunisti nel secolo scorso. E, essendo incapaci di proseguire una politica economica decente, fanno pagare la crisi, la corruzione, gli sprechi e le inefficienze sempre ai soliti, ovvero i lavoratori, i giovani, le fascie deboli della società.

Se Obama negli USA ha affermato che i tagli vanno fatti con lo scalpello e non con il macete, per evitare una nuova recessione e colpire le fasce deboli, in Italia sono tre anni che si va di motosega, soprattutto in quel settore, la scuola, l’università e la ricerca, che sono il fulcro vitale del progresso sociale, tecnologico, economico-industriale e culturale di un Paese. La Gelmini, non paga della figuraccia a Ballarò (non sapeva nemmeno che Tremonti ha in programma per i prossimi 3 anni 13 miliardi di tagli aggiuntivi al suo Ministero), ha ripreso la tesi tremontiana (non suffragata dai fatti, per questo di facile propaganda) che la disoccupazione giovanile (ai massimi storici, il 30%) sarebbe colpa dei giovani. Non di un mercato del lavoro indecente, di una politica economica iniqua e inconcludente. E’ come se un giudice affermasse che la colpa dell’omicidio è del morto ammazzato e non dell’assassino.

Ieri il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scritto una lunga lettera al Corriere della Sera spiegando che il governo aiuterà i ragazzi a “superare il pregiudizio verso l’istruzione tecnica e professionale”. Una diffidenza che “per troppo tempo ha allontano i nostri giovani da prospettive occupazionali che consentono invece una straordinaria realizzazione di sè”. La tesi non è condivisa solo dal governo, ma è stata rilanciata dal Censis di Giuseppe De Rita e da editorialisti come Dario Di Vico che, sempre sul Corriere, invitava ad arruolare “i testimonial più trendy” per spiegare il fascino del lavoro manuale. Peccato che tutte queste certezze non si fondino sui numeri. Ma sulle teorie di una Destra reazionaria e conservatrice che vuole farci tornare all’età della pietra dei diritti e della democrazia.

L’obiettivo di questa strategia è semplice: i figli di nessuno a fare i manovali, i figli di papà al liceo, all’università e a sfruttare, che poi è la cosa migliore che sanno fare, perché sin dall’asilo, consci delle loro effettive possibilità, studiano il meno possibile, copiano, magari vanno nelle scuole private, sono dei somari matricolati, ma la certezza di far parte della classe dirigente ce l’hanno. E se vanno nella scuola pubblica, si rifanno magari sul figlio di nessuno, che magari è il più bravo della classe, ma se non ha i soldi finirà alle dipendenze (se sarà fortunato) dell’insopportabile compagno di classe senza cervello e senza morale. Sono ricchi, ci tengono a fartelo notare. Questo il quadro generale, dentro cui ci sono però anche lodevoli eccezioni di figli di papà che sono l’opposto del prototipo che ho appena descritto. Ma sono appunto un’eccezione.

E si tende a diffondere l’opinione che meno si studia, meno si ha possibilità di trovare lavoro. Ipotesi non suffragata dai dati: tra il 2004 e il 2009 le assunzioni dei laureati sono cresciute dall’8,4 per cento all’11,9 per cento, mentre quelli con la sola licenza dell’obbligo sono diminuiti dal 41 al 30,4 per cento. Studiare, insomma, conviene, anche se meno di un tempo (ma solo in Italia).

Quanto al mondo, il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite di agosto 2010 insiste sulla formazione continua e illustra una ricetta ai governi per uscire meglio dalla crisi: 1) Fare tutto il possibile per evitare l’abbandono scolastico 2) Promuovere la combinazione di studio e lavoro 3) Offrire a ogni giovane una seconda chance di formazione.

Tutto il contrario di quello che sta facendo il governo Berlusconi. Troppo impegnato ai problemi del suo Presidente del Consiglio per pensare a quello degli Italiani. Soprattutto dei giovani italiani, che non trovano nessun altra migliore possibilità che migrare dove gli viene riconosciuto il proprio lavoro, le proprie capacità, il proprio impegno.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

25 commenti

  1. c’è solo da sperare che questo ritorno ai favolosi anni 60 finisca alla stessa maniera con un nuovo mitico 68, a me farebbe immensamente piacere dato che per il primo 68 ero troppo piccola e me lo sono perso chissà……

  2. la lotta è dura ….. ma non ci fa’ PAURA…………

  3. Non esiste più la lotta di classe non xkè non ci sono più la povertà e le sue istanze, ma xkè la sinistra italiana, al di là dei nomi, non riesce più a rappresentarli.. :/

  4. La lotta di classe sarà inevitabile sin a quando il sistema vorrà che i figli di operai facciano gli operai pur facendo parte di una ricca schiera di intellettuali,colti e preparati.. E i figli di papà, beceri e ignoranti, son una cosa sola con il potere, di matrice borghese…

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