La guerra libica fra Nato ed Europa

Chi pensa che gli Stati Uniti siano per natura dei guerrafondai, che nella fattispecie odierna miri al controllo delle risorse energetiche della Libia, si sbaglia di grosso. Dopo la dispendiosa guerra al terrore inaugurata da Bush jr., l’amministrazione Obama cerca di perseguire un razionale contenimento delle spese per le missioni, poiché all’opinione pubblica statunitense interessa più il risparmio che la guerra. Sarebbe poi irrazionale includere nelle opzioni strategiche americane un qualche interesse per la situazione del Mediterraneo: attualmente alla Casa Bianca le preoccupazioni sono più rivolte al Bahrein. Ma perché gli Usa sono presenti nella missione? Le ragioni sono molteplici: in primo luogo, fra la condivisione degli impegni per limitare le spese militari e il continuare a palesarsi come “potenza necessaria”, gli Stati Uniti prediligono la seconda opzione. Difatti una risoluzione della crisi libica senza gli Stati Uniti darebbe alle potenze europee, in primo luogo la Francia, la consapevolezza che la propria sicurezza militare possa anche fare a meno del protettorato di Washington, e questo ovviamente non può non interessare la potenza egemone, che deve fare di tutto per rimanere tale. Allo stesso tempo gli americani hanno abbandonato l’unilateralismo che ha caratterizzato la politica estera di Bush jr; va da sé che in questa missione ci sono entrati seguendo la risoluzione Onu e negli ultimi giorni hanno spinto per un comando Nato per le operazioni. Gli stessi vertici militari americani hanno chiesto a Obama di non “impantanarsi” in un nuovo conflitto dispendioso per l’economia, ma non è detto che le cose possano cambiare qualora cambino gli atteggiamenti degli attori in campo.

In secondo luogo, possiamo andare a vedere le carte della Francia. Sarkozy non ha ceduto di buon grado sulla questione del comando della missione. Ha cercato di resistere il più possibile per non cedere il comando militare alla Nato e, come si è letto nella stampa nazionale, ha causato non poche perplessità fra le diplomazie italo-francesi. La Francia sin dai tempi di De Gaulle ha cercato una terza via tutta europea, per ribadire di essere la potenza egemone in Europa, e ciò è dimostrato dalla defezione francese dal comando integrato Nato. In questi giorni, si può dire, c’è stata una recrudescenza di questa situazione, e gli elementi sono tutti riscontrabili dagli atteggiamenti di Obama e specialmente del nostro governo. La politica estera del Belpaese, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, ha sempre cercato la benevolenza Usa tanto da volersi proporre costantemente come il miglior alleato, e ha sempre dato sfogo della sua politica estera all’interno delle istituzioni internazionali. Da qui quindi si può spiegare la pressione della Farnesina per il comando della missione in mano alla Nato, coerente con le posizioni statunitensi, ma c’è dell’altro.

L’asse Parigi-Londra-Berlino impera in Europa escludendo costantemente il Belpaese dal vertice di comando. Lo si è visto con la nomina della Ashton come ministro degli esteri Ue, che non a caso è “latitante” in questa fase del conflitto. L’Italia per contro cerca di risolvere le questioni nelle istituzioni per non rimanere fuori dalla gerarchia europea, nello scontro impari con Germania, Francia e Gran Bretagna. E’ quindi naturale che l’Italia si trinceri dietro gli Usa; protetti dal loro grande sponsor, hanno più possibilità di evitare il declassamento politico-istituzionale ormai evidente da tanto, troppo tempo, specialmente nel Vecchio Continente.

 

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Giorgio Pittella

Sono nato a Milano un anno e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, da genitori lucani portandomi nell sangue le diverse percezioni della penisola. Da sempre appassionato di politica, vengo insignito del titolo di "sindacalista" sin dalla quinta elementare e "comunista" sin dalle materne, quando le maestre scrutano preoccupate un mio disegno sui funerali di Berlinguer, con falce e martello ben in vista. Ho coniugato la mia passione con i miei studi, iscrivendomi alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano, e scrivendo per Qds. Da sempre appassionato di giornalismo, specialmente quello d'inchiesta. Vedo calare drasticamente la mia media voti alle scuole medie dopo un articolo nel giornalino di classe in cui accusavo la prof. di religione di valutare secondo simpatie e antipatie, venendo così meno ai buoni principi cristiani. Tra le mie altre collaborazioni, ho scritto di politica per il sito web di una web-radio e ho scritto per un web-giornale universitario. Sono anche molto appassionato di storia, di filosofia, di arte e di musica e sfegatato tifoso juventino

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