La risposta di Pierpaolo Farina, fondatore di EB.IT, all'articolo "Basta con Berlinguer!", pubblicato da Marco Bocciarelli su Qualcosa di Sinistra

Le idee di Berlinguer ci servono ancora

 httpv://www.youtube.com/watch?v=ec8D7X3TI4A

 

“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.”

Queste parole sono di Indro Montanelli, tanto anticomunista quanto fu antiberlusconiano verso la fine della sua vita. Quello che alle politiche del ’76 disse di turarsi il naso e votare Dc per impedire l’avanzata comunista in Italia, tanto per intenderci. Ora, perché lui ha scritto questo epitaffio?

Ancora: perché i funerali di Berlinguer sono stati i più imponenti della storia italiana del Novecento, con più di due milioni di persone in piazza a Roma? Perché a 27 anni dalla morte rimane, nonostante detrattori di destra e di sinistra, il leader politico più amato della Prima Repubblica, al pari di Sandro Pertini, che è il Presidente della Repubblica più amato di tutti i tempi?

Perché Gaber ha scritto che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”?

Anzitutto perché, checché ne dicano i depositari delle sante verità rivoluzionarie e di quelle riformiste (sempre in disaccordo su tutto, tranne che sullo sparare sulla figura di Enrico), Berlinguer era veramente una brava persona. E a rileggerlo adesso (bisognerebbe avere solo la volontà di farlo, questo sito è nato apposta) risulta più moderno e attuale lui dei tanti politicanti e pseudo-rivoluzionari alle vongole che ci sono oggi.

E questo nonostante il facile gioco al massacro che stanno conducendo certi presunti intellettuali progressisti, impegnati non a contrastare culturalmente il Berlusconismo, ma ad ammazzare l’unico esempio di modello alternativo ad esso che rimane oggi a Sinistra. E forse è il caso di domandarsi perché sia rimasto l’unico, a distanza di 27 anni.

Scrisse Norberto Bobbio, “Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana. Penso alla vanità, all’esibizionismo, all’arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del ‘mestiere’, della professione del politico.”

Ecco, la differenza tra Enrico e i suoi presunti eredi o comunque gli uomini politici del suo tempo era che dava l’ESEMPIO: la sua convinzione per la quale dietro ogni scelta politica ci dovesse essere anche una precisa scelta morale, coerente con i propri ideali, sarà stata poco comunista e poco rivoluzionario (o forse troppo poco machiavellica), però avrebbe funzionato se Berlinguer oltre ad USA, URSS e borghesia reazionaria non avesse avuto contro anche una parte della Sinistra, quella pura e rivoluzionaria (il cui triste epilogo è sotto gli occhi di tutti).

Si rimprovera a Berlinguer il compromesso storico, ma si omette di dire che il 3 ottobre del 1973, due giorni prima dell’uscita su Rinascita della famosa proposta di collaborazione delle forze antifasciste per uscire dalla crisi economica (si omette anche questo particolare), Berlinguer fu vittima di un attentato da parte dei sovietici bulgari, che rimase segreto fino al 1991 (cfr Sofia 1973: Berlinguer deve morire); e che nemmeno 3 settimane prima c’era stato il Cile e che oggi sappiamo che gli USA avevano in mente di fare in Italia quello che avevano fatto lì.

Come sappiamo che il Sisde spiava Berlinguer così come la CIA, ma erano in buona compagnia della struttura parallela sovietica a cui era stato messo a capo Armando Cossutta, che costituì Rifondazione nel 1991 proprio con i finanziamenti che l’URSS gli passava in funzione anti-berlingueriana. E questa non è fantapolitica, sono documenti ritrovati negli archivi di Mosca e del Pentagono, oltreché da indagini della nostra magistratura.

Ma si capisce perché Berlinguer fu definito da Kissinger “il comunista più pericoloso”. 

Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, “trovare strade nuove per i vecchi ideali“.

Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista, che abbracciava il pacifismo, l’ambientalismo e, soprattutto, quell’idealismo che la tradizione comunista ha sempre rifiutato per un materialismo storico che non poco ha contribuito alla sua disfatta: l’impiego dell’energia solare, invocato nel 1983, per ridurre la dipendenza energetica del nostro paese; l’attenzione posta alla rivoluzione elettronica, con l’auspicio che la politica non si riducesse solo a sondaggi ed elezioni; la strategia del compromesso storico, per creare un unico orizzonte delle forze anti-fasciste e superare la crisi economica, sociale e morale del nostro Paese; la rottura con l’URSS, quando il socialismo sovietico era un punto di riferimento internazionale per tutti i comunisti; la battaglia per la dissoluzione del divario crescente tra nord e sud del mondo, quando la globalizzazione non era ancora nemmeno inclusa nel dizionario; l’importanza del ruolo dell’Europa, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale sia al neoliberismo portatore di ricchezze per pochi e di ingiustizie per molti; per non parlare del progetto di un’economia mondiale con Olof Palme, della valorizzazione della diplomazia dei popoli, dei movimenti della pace e delle donne.

Ma è proprio nella Questione Morale che si comprende appieno la grandezza e la lungimiranza di Enrico Berlinguer, il suo andare oltre la tradizione comunista, rinnovandola e portandola verso nuovi orizzonti come mai nessun altro era riuscito a fare: prima di tutti, infatti, aveva capito il rischio a cui andavano incontro i grandi partiti di massa, se non avessero aggredito appieno la cause della Questione Morale, punto fondamentale per la ripresa di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e quindi della tutela della democrazia.

Berlinguer non era un moralista, ma un uomo profondamente morale, nell’accezione kantiana del termine: al di là della denuncia morale, della lotta politica, agiva perché pensava fosse giusto farlo.

Fu inascoltato e, in quegli anni, anche schernito da alcuni compagni di partito. Poi arrivò Tangentopoli, che travolse i partiti della Prima Repubblica: fu Romiti, davanti ai giudici di Milano, a riconoscere la giustezza della denuncia di Berlinguer, a rammaricarsi per non averlo ascoltato.

E aveva ragione anche quando denunciava la pericolosa mutazione genetica impressa da Craxi al PSI, con una durezza forse insolita per lui, ma che nascondeva l’amarezza per le divisioni della Sinistra, per le occasioni perse, per l’alternativa rifiutata, convinto che la legittima ripresa di autonomia politica del PSI non fosse volta alla costruzione di uno schieramento progressista senza egemonie, ma semplicemente per spartirsi a metà il potere con la Dc. E così fu.

E quei fischi al 43° Congresso del PSI, provenienti da galantuomini seduti in platea come Sacconi, Brunetta, Tremonti, Frattini, De Michelis e tutta la marmaglia di socialisti passati armi e bagagli a Forza Italia, (a dimostrazione che il craxismo ha contribuito non poco alla nascita di quella Destra populista, piduista e neo-fascista che campa sotto Berlusconi), sono il momento storico in cui viene uccisa la gloriosa tradizione socialista italiana e il motivo per cui, morta nel 1992, non riesce più a rinascere.

Del resto, piaceva allora come piace oggi il decisionismo, il potere ostentato, l’irrisione, la demonizzazione dell’avversario, tutti tratti che qualcuno osa pure spacciare per modernità e che a Sinistra si tenta di seguire, non capendo che tutto ciò porta solo ad una morte prematura. Da un eccesso all’altro: c’è ancora chi è convinto che Berlusconi si combatta snaturando se stessi e abbandonandosi ad un indistinto moderatismo da operetta. L’unione di questi due fattori ha portato il Berlusconismo ad essere maggioranza culturale in questo Paese.

Ma veniamo ai duri e puri che ci dicono che dobbiamo smetterla di ricordare Berlinguer. Che fine hanno fatto? Vediamo un po’. Tra Democrazia Operaia, Movimento dei Lavoratori per il Socialismo e Lotta Continua abbiamo tanti di quei personaggi che oggi sono passati armi e bagagli con i “padroni” e a difendere gli interessi di Berlusconi, che veramente non si capisce da dove possa arrivare la predica a Berlinguer.

I fratelli Boeri (Stefano e Tito, che non erano certamente proletari), Ferruccio De Bortoli, Nando Dalla Chiesa, Gianni Barbacetto, Michele Cocuzza, Paolo Gentiloni. Tutti duri e puri del MLS. L’unico che si salva, tra questi, è Gino Strada che è rimasto un minimo coerente con quello per cui si batteva, ma gli altri? Sono certamente più moderati di quel Berlinguer che contestavano.

E in Democrazia Proletaria? Gaetano Pecorella (sì, l’onorevole avvocato di B.), Roberto Maroni (sì, il ministro leghista di B.), giusto per citare i più famosi. E Mario Capanna, il leader più famoso del movimento giovanile? Che fine ha fatto? Desaparecido. Del resto, ha una laurea alla Cattolica di Milano e una pensione da parlamentare (un altro proletario insomma), cosa dovrebbe voler di più dalla vita?

Veniamo ora però a Lotta Continua e a quel galantuomo del suo fondatore, Adriano Sofri, la cui unica grandezza politica è stata quella di dare il cognome ad uno dei più destri tra gli pseudo-intellettualoidi del Partito Democratico, Luca, famoso solo per aver dato del coglione a Marco Travaglio che si era permesso di criticare la di lui moglie Daria Bignardi (soprannominata Mani di Forbice per aver censurato l’intervista a Vauro su raidue).

E i suoi compagni rivoluzionari? Il più famoso, Marco Boato, ha dato il nome a quella bozza sulla giustizia in Bicamerale che è diventata la base delle leggi vergogna del quinquennio 2001-2006, mutuata dal programma della P2.

Poi abbiamo Gianfranco Miccicché (sì, il berlusconiano di ferro), Paolo Liguori (sì, l’ex-direttore di Studio Aperto), Luigi Manconi (marito di Bianca Berlinguer, anche lui laureato in cattolica e non certo quindi un proletario) e gli altri non è che siano andati oltre l’effimera esperienza di Lotta Continua, a parte forse essersi riciclati nel PD o nelle fila di Berlusconi.

Quindi noi dovremmo dire basta con Berlinguer? Dimenticarlo, come scrisse Miriam Mafai, un’altra che ora sta nel PD e che incensa Bettino Craxi?

NO. Le idee di Berlinguer ci servono ancora. E dire che basterebbe rileggere qualche passo della famosa intervista a Eugenio Scalfari, pubblicata su “La Repubblica” il 28 luglio 1981 (e che qualche suo presunto erede dovrebbe rileggersi), per capirlo- 

I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune […], sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente. […] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]

Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. […]

I partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. […]

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. […]

Quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire. […]

Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Quale politico oggi avrebbe l’autorità, la credibilità e la capacità di parlare in questo modo?

Per questo oggi siamo qui, con questo sito internet e l’associazione, che riunisce 130.000 persone in tutta Italia, con questo blog letto da 25.000 persone ogni settimana.

Per ricordare non solo il politico, ma anche l’uomo e l’idea: il dolore e il rimpianto per la perdita di quel grande uomo che è stato Enrico Berlinguer non la esauriamo in sterili dibattiti, ma la traduciamo nella voglia di immaginare, progettare e proporre quell’idea alta della politica che Enrico Berlinguer ha testimoniato con la sua vita e con la sua morte, rimanendo fino all’ultimo su quel palco, a Padova, come un eroe. Questo facciamo. Non si tratta di usarlo come una bandiera, ma di prenderlo ad ESEMPIO, esattamente come prendiamo ad esempio Sandro Pertini, Antonio Gramsci, Enzo Biagi etc. etc. Anche andando oltre la sua politica, ma nessuna pianta può rifiorire se le si tagliano le radici. Ad essere tagliati devono essere i RAMI SECCHI.

Perché Enrico non è morto: le sue idee camminano sulle nostre gambe. E servono ancora, nonostante tutto, ad una Sinistra che ha smarrito se stessa e il suo ruolo nel mondo.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

48 commenti

  1. E’ stato uno degli uomini migliori della politica italiana degli anni ’70.Ha avuto un ruolo positivo nell’evoluzione del PCI. Poteva fare di più? Probabilmente si. Ma questo lo si può dire adesso a posteriori. E comunque non cancella i suoi meriti: far pesare i lavoratori e i pensionati nel paese, impegno massimo nel lavoro politico ( ci è morto!), assoluto disinteresse personale ( vi viene in mente l’esatto contrario?), stile di vita sobrio e austero ( vi viene in mente l’esatto contrario?). Per questo bisogna ricordarlo, insieme anche ad altri che ognuno può proporre. Motivando seriamente!!!!!!!!!!

  2. Ho sessant’ anni. Sono stato funzionario e dirigente del P.C.I. a Trieste (componente della segreteria provinciale) dal 1976 al 1988. Ho conosciuto personalmente Berlinguer. Vi ringrazio per il lavoro che state facendo nel tenere viva la memoria del suo pensiero politico che è – se letto correttamente – di un’ attualità sconvolgente nonostante i decenni oramai trascorsi.
    Chi oggi “duro e puro” gli rimprovera il “compromesso storico” non ha la minima idea di quale fosse la situazione politica in quegli anni e non sa – o non vuole sapere – i rischi che correva la democrazia nel nostro paese. Purtroppo di “duri e puri” ce ne abbiamo troppi anche oggi e vediamo tutti dove è finita la sinistra italiana. Lo dico con amarezza anche se continuo il mio impegno politico nel P.D.C.I. e nella Federazione della Sinistra.

  3. nell’articolo”le idee di berlinguer ci servono ancora”non ho letto i giudizi dati ad enrico berlinguer da fassino e da veltroni.il primo ha definito nel suo libro ,la morte prematura di berlinguer,come la morte della sua politica e nella sua ultima relazione al congresso di scioglimento dei ds ha messo sullo stesso piano come statisti:gramsci ,berlinguer ed craxi e’ tutto dire.il secondo ha definito la” questione morale” come una politica che isolava il PCI dalla societa’ politica e civile.

  4. condivido totalmente l’articolo. voglio solo sottolineare che E.Berlinguer è, con S.Pertini, la persona più indicata come esempio dai giovani cvhe scrivono in tante pagine democratiche di facebook. Smettere di parlarne toglierebbe a tutti una VOCE ALTA di BUONA POLITICA E AMORE PER LA GIUSTIZIA SOCIALE.

  5. giù le mani e la lingua (soprattutto) da BERLINGUER

  6. Grazie amici per la vostra opera. Enrico Berlinguer sarà sempre nel nostro cuore, malgrado i denigratori.

  7. Niente da aggiungere, è già stato detto tutto… solo VIVA VIVA VIVA BERLINGUER!!!!!!!!!!!! perchè Enrico è VIVO e non morirà MAI!!!!!!!!!!

  8. alba ovcinnicoff

    sono d’accordo con il suo pensiero,le persone che credono nelle sue idee devono portarle avanti e battersi affinchè vengano messe in pratica.

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