La produzione industriale di alimenti piace solo alle multinazionali e a qualche speculatore. Le grandi imprese guardano in faccia solo gli azionisti, che guardano ai costi e al rischio.

Ne abbiamo lo Stomaco pieno!

 

La produzione industriale di alimenti piace solo alle multinazionali e a qualche speculatore.

Gli OGM sono approdati nei campi non per iniziativa di qualche ricercatore, ma grazie alle aziende chimiche. La Monsanto, regina indiscussa del settore, produceva un ottimo diserbante, il Roundup, talmente potente che uccideva tutto. Peccato che uccidesse anche le piante che si cercava di coltivare. Ed ecco quindi la soia modificata, che resiste al Roundup. Poi è arrivato il cotone modificato, che non sarà nel nostro piatto, ma è di sicuro sulla nostra pelle.

Prima però, non è che le cose andassero tanto meglio. L’agricoltura intensiva stava già impoverendo il terreno, richiedeva l’utilizzo massiccio di pesticidi, e di macchine agricole. Ci raccontano che tutto questo serve ad aumentare la produttività. Considerato che un quarto del cibo, in Europa, viene buttato prima di raggiungere la tavola, il dubbio che ci sia sotto dell’altro sorge. Sapendo poi che i contadini europei e americani spesso sono sovvenzionati per lasciar marcire il raccolto nei campi, il dubbio diventa certezza. Di cibo ce n’è per tutti. Pare che le macchine agricole siano diventate così potenti e onnipresenti dopo la seconda guerra mondiale, quando l’industria delle armi cercava nuovi clienti, e gli Stati sono stati d’accordo che riversare quella capacità produttiva sull’agricoltura avrebbe protetto molti lavoratori. Peccato che abbiano danneggiato chi lavorava e lavora in agricoltura, che da allora riceve sussidi per restare a galla. Ma i piccoli agricoltori non avevano nessuno che potesse far sentire la loro voce.

Per non parlare degli animali da allevamento, i cui diritti non sono proprio presi in considerazione, con conseguenze gravi anche per la nostra salute. Le grandi imprese guardano in faccia solo gli azionisti, che guardano ai costi e al rischio. I pesci “a basso valore di mercato” vengono ributtati moribondi in mare per caricare i pescherecci non per massimizzare il valore nutritivo, ma i profitti. Per ridurre i costi, le galline da uova sono stipate in gabbiette illuminate 20 ore al giorno, i polli sul banco del supermercato sono pulcini di tre settimane gonfiati di steroidi. Siccome poi gli animali sono troppo vicini, per evitare che le malattie si diffondano rapidamente, vengono allevati ad antibiotici. Ed ecco che nascono le famose influenze anomale, quelle resistenti ai normali antibiotici, perché anche i batteri e i virus prima o poi imparano a difendersi.

E noi? Noi quando impariamo a difenderci? Dire no agli OGM, scegliere alimenti bio, compare frutta di stagione prodotta localmente, firmare qualche petizione, non è abbastanza. Bisogna anche costruire una nuova filiera alimentare locale che, dalla terra al nostro piatto, sia più responsabile e rispettosa del suolo, degli agricoltori, degli animali, della nostra salute.

Per fortuna, non è difficile quanto si potrebbe pensare. I gruppi di acquisto solidale e\o locale (in Italia sono abbastanza diffusi i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale) cercano di rispondere a questi problemi. Purtroppo però la maggior parte del cibo è ancora controllato dalla grande distribuzione, e per fare la differenza serve una rapida diffusione di queste e altre simili iniziative. Anche creare degli orti di quartiere, nel piccolo, aiuta a ripensare la produzione alimentare e a superarne le follie. Se poi ci si avvicinasse alla permacultura, sarebbe il massimo.

Vogliamo rimettere l’economia al suo posto? Cominciamo a lasciare gli interessi delle multinazionali fuori dal piatto.

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Marta Gazzola

Cresciuta a San Giuliano Milanese, laureata con lode in economia aziendale alla Bocconi, sto facendo un master di ricerca in economia alla Bocconi e all'UCL-CORE (Belgio). Stage alla Commissione Europea, poi in una think tank che si occupa di economia sociale e sviluppo sostenibile. A settembre 2010 ho aperto il blog "Hic et Nunc" con cui mi impegno a pensare ad un sistema economico differente, che rispetti la natura e le persone, e da febbraio 2011 eccomi qua con l'omonima rubrica.

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