La rivoluzione in Egitto non è solo un affare interno ma obbliga un processo d'apprendimento da parte dell'Occidente

Il cambio di regime in Egitto interessa i governi occidentali

Non è facile interpretare la politica estera, specialmente nei periodi di rivoluzione. Quanto sta accadendo in Egitto offre molto dal punto di vista delle relazioni internazionali per quanto concerne l’area Medio Orientale e l’Occidente. La domanda più banale che ci s potrebbe porre è: come mai da parte dei governi occidentali, specialmente dagli Usa, il sostegno a Mubarak è venuto meno? Non sarebbe lecito chiedersi come mai l’attenzione americana verso un paese che sta vivendo una rivoluzione “islamica” sia così debole? Perché specialmente gli Usa sono diventati parzialmente “freddi”  verso un paese che, de facto, ha mantenuto lo status quo in un sistema regionale complesso? In realtà le attenzioni americane sull’Egitto non sono per nulla deboli, e trovano fondamento in una spregiudicata dose di realismo.

Washington non vuole perdere i contatti con un governo di un paese d’importanza strategica in Medioriente, per la presenza del canale di Suez, per il fatto che il paese si affaccia sul Mediterraneo, per la vicinanza con Israele. Non c’è alcun interesse ad appoggiare ancora Mubarak, dal momento che è ben visibile che ci sarà presto una transizione significativa. Obama è realista nel pensare che sarebbe fuori luogo schierarsi al fianco di Mubarak nel momento clou della rivolta dei Fratelli Musulmani.

Non essere vicini a Mubarak ora vorrebbe dire molto in futuro: vorrebbe dire non avere pessime relazioni con il futuro regime politico egiziano. La cautela di questi giorni è anche sintomo di un’attenzione particolare verso una transizione che possa condurre l’Egitto in una condizione di stabilità. Un paese instabile in quell’area è rischioso per il mantenimento dello status quo regionale e rischierebbe di propagare instabilità nelle aree circostanti, e questo è un rischio che il Dipartimento di Stato americano non deve e non vuole correre.

Va da sé che la democratizzazione del paese passi in secondo piano rispetto alle logiche geostrategiche. Le titubanze americane sono nulla rispetto allo spiazzamento di molti altri governi, non utlimi quelli dell’Unione Europea che hanno ammesso il fallimento della propria politica mediterranea, già sotto scacco dopo la fuga di Ben Alì. Tutto ciò non ha fatto altro che impedire un sostegno internazionale . Anche Tel Aviv piange: il governo israeliano ha il vivo timore che un’eventuale affermazione de “I fratelli musulmani” da Il Cairo possa dare nuova linfa ad Hamas.

Una complicazione viene però dal vicino regno saudita: lo scorso 28 gennaio la Casa Bianca ha annunciato che avrebbe rivisto il programma da 1,5 miliardi di dollari di aiuti. Dopo 24 ore una telefonata del re saudita Abdullah stronca in pieno l’amministrazione Obama. Il re, rivolgendosi al Presidente americano, lancia un monito sulle continue umiliazioni che Mubarak sta subendo da quando è iniziata la crisi, e che saranno loro stessi i garanti economici dell’Egitto qualora l’amministrazione americana decida di sospendere gli aiuti. Il Times rivela i dettagli della telefonata, rivelando che “Abdullah e Mubarak non sono solo alleati, ma anche amici” e quindi al re saudita non va che un amico sia così mortificato. Abdullah ha quindi chiesto a Obama di non forzare un rapido cambiamento di regime.

L’ultimo dettaglio rivela quindi la complessità delle relazioni in Medio Oriente e la confusione che regna sovrana fra cautela e fretta. Quel che è certo è che una politica estera troppo ambigua non può che generare sospetti e confusione, specialmente in Medio Oriente, dati gli interessi in gioco e la rilevanza strategica. Il ruolo statunitense e dei governi occidentali quindi dovrebbe richiamarsi a una cautela che possa permettere il mantenimento dello status quo in quell’area. Già nella storia si sono visti i risultati di pessime politiche verso paesi di quell’area, sia dal punto di vista economico che politico-militare. Obama non può quindi correre rischi: occorre muoversi con ponderazione e decisione, senza strappi improvvisi. Un passo falso sarebbe fatale, specialmente con le presidenziali alle porte.

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Giorgio Pittella

Sono nato a Milano un anno e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, da genitori lucani portandomi nell sangue le diverse percezioni della penisola. Da sempre appassionato di politica, vengo insignito del titolo di “sindacalista” sin dalla quinta elementare e “comunista” sin dalle materne, quando le maestre scrutano preoccupate un mio disegno sui funerali di Berlinguer, con falce e martello ben in vista. Ho coniugato la mia passione con i miei studi, iscrivendomi alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano, e scrivendo per Qds. Da sempre appassionato di giornalismo, specialmente quello d’inchiesta. Vedo calare drasticamente la mia media voti alle scuole medie dopo un articolo nel giornalino di classe in cui accusavo la prof. di religione di valutare secondo simpatie e antipatie, venendo così meno ai buoni principi cristiani. Tra le mie altre collaborazioni, ho scritto di politica per il sito web di una web-radio e ho scritto per un web-giornale universitario. Sono anche molto appassionato di storia, di filosofia, di arte e di musica e sfegatato tifoso juventino

4 commenti

  1. aspetta prima di dire che sia finita, ed utilizzarlo come esempio. vai indietro con la memoria……iran, ti dice niente? qui c’è in ballo il canale, gli accordi con israele, e l’alquaidizzazione del bacini sud del mediterraneo.

  2. Carlo Pietrarossi via Facebook

    E…. il vento dell’ISLAM…??? lo vogliamo tener presente? Quì finisce che Gheddafi è il più affidabile dei confinanti a sud del mediterraneo… :(

  3. Fosse vero,sarebbe un traguardo raggiunto,mentre qua’ noi continuiamo la corsa ad ostacoli…

  4. @debora: nessun esempio, ho scritto precisamente che occorre cautela poiché,come in tutte le scienze sociali, anche nelle relazioni internazionali non è facile fare previsioni. Obama non vuole far incazzare il probabile nuovo regime proprio per le ragioni scritte nell’articolo; viceversa, farli incazzare vorrebbe dire rischiare veramente instabilità e “alqaedizzazione” in Medio Oriente

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