“Italia mia, benche’ ’l parlar sia indarno…”

Eccoci all’inizio di un altro nuovo anno ma non un anno qualsiasi: il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ma è poi unita questa Italia? Non voglio ripercorrere la storia del nostro Paese o analizzare passo passo cosa sia accaduto dal 1861 fino ad oggi, vorrei riflettere però sul concetto diunità”.

Il vocabolario della lingua italiana alla voce unità recita: “Condizione, proprietà di ciò che è uno, indivisibile” e ancora – e forse questa definizione è quella che più ci interessa in questo contesto – “Condizione, caratteristica di ciò che è costituito di molte parti strettamente unite l’una all’altra  o connesse tra loro in modo organico e omogeneo”.Trovo che la seconda definizione offra alcuni spunti di riflessione: sull’essere costituiti da molte parti direi che nessuno abbia da ridire, sul fatto che queste siano “strettamente unite l’una all’altra” e che siano “connesse tra loro in modo organico e omogeneo” avrei, purtroppo, da dissentire.  Adottando quest’ultima accezione credo che risulti più o meno chiaro quanto la nostra nazione non sia poi così unita e come questi 150 anni siano più simbolici e altisonanti che concreti. Penso sia inutile entrare in merito a questioni quali Nord, Sud, federalismi vari ed eventuali, paragoni con altre nazioni e quant’altro presenti ormai sulla bocca di molti (in modalità talvolta decisamente discutibili) ciò che manca, a mio parere, è una coscienza nazionale, l’andare oltre l’Italia “pasta e pizza”, del mandolino, delle comiche parlamentari, il superare stereotipi e luoghi comuni, il varcare la soglia di casa, il sentirsi qualcosa di più di un semplice cittadino di qualche città.

Chi crede oggi, nel tanto declamato 2011, nel nostro Paese? Chi prova un sentimento nazionale? Per chi ormai l’Inno di Mameli non è una canzonetta sbiascicata da calciatori semianalfabeti?

Quello su cui tutti noi dovremmo riflettere e ricercare è cosa ci unisce, cosa possa far sorgere EFFETTIVAMENTE un sentimento di coesione e la consapevolezza di essere una Nazione degna di tal nome.

Molti si lamentano di questa “tendenza italiana” ad appigliarsi continuamente alle glorie passate, focalizzandosi poco sul presente; ed è qui che arriviamo al bandolo della matassa: il presente. Chiunque abbia un minimo di obiettività si accorgerà che chi dovrebbe unirci, alimentare il sentimento nazionale, creare una reputazione nazionale (aggiungerei possibilmente dignitosa), rappresentare il fantomatico Popolo è occupato in ridicole pantomime e guerriglie reciproche, quello che interessa, checché se ne dica, non è la collettività ma il proprio particulare, al bene comune si è preferito un puzzle mal assemblato che oggi, a distanza di 150 anni, sembra non aver acquisito poi molti nuovi pezzi. Alla luce di tutto ciò, come non chiudere gli occhi a questo presente volgendoci al passato? Penso che nell’aggrapparsi alle “antiche glorie”ci sia sempre una latente, o meno, speranza di trovare le forze per affrontare il presente e, forse, per poterlo cambiare.

Vorrei poter essere fiera non solo di ciò che siamo stati, vorrei non dovermi sentire dire continuamente “la soluzione è all’estero”, vorrei poter pronunciare con orgoglio la “i” maiuscola di Italia, vorrei che il nostro paese non si limitasse a vivere nelle pagine patinate dei libri di storia… ma soprattutto, vorrei augurare alla nostra Italia centenaria un futuro diverso da quello che sembra prospettarsi e appellarmi al Giuseppe Garibaldi che vive un po’ in ognuno di noi affinché si possa essere fieri di essere italiani, oggi.

Tanti auguri Italia.

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Martina Caccia

Sono nata a Milano il 31-03-1989. Mi sono diplomata al Liceo Classico C. Beccaria di Milano. Ho deciso di dedicarmi alla mia passione per la cultura iscrivendomi alla facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Milano. Da Novembre 2010 collaboro con QdS scrivendo nella rubrica Sic et Simpliciter.

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