FIAT. Fabbrica Italiana Automobili Torino. È sorprendente come, nel misero e deprimente dibattito odierno, nessuno si prenda la briga di far sapere agli Italiani che nessuna delle componenti di questo acronimo (che per oltre cent’anni è stato foraggiato con i soldi pubblici) è più vera. Difatti, non è più una fabbrica (lo stabilimento di Mirafiori, che alla fine degli anni ’70 contava più di 60.000 operai, ora ne ha poco meno di 10.000); non fa più automobili (il maggior valore lo fa con altri prodotti e altre attività); non è più a Torino (il grosso è delocalizzato in giro per il mondo); soprattutto, non è più italiana.

C’era una volta la FIAT, c’era una volta l’Italia. Ora c’e’ solo Marchionne.

FIAT. Fabbrica Italiana Automobili Torino. È sorprendente come, nel misero e deprimente dibattito odierno, nessuno si prenda la briga di far sapere agli Italiani che nessuna delle componenti di questo acronimo (che per oltre cent’anni è stato foraggiato con i soldi pubblici) è più vera.

Difatti, non è più una fabbrica (lo stabilimento di Mirafiori, che alla fine degli anni ’70 contava più di 60.000 operai, ora ne ha poco meno di 10.000); non fa più automobili (il maggior valore lo fa con altri prodotti e altre attività); non è più a Torino (il grosso è delocalizzato in giro per il mondo); soprattutto, non è più italiana. Sebbene qualcuno affermi ancora il contrario, il baricentro si sposta sempre più verso Detroit, dove Sergio Marchionne può contare su un sindacato-corporazione molto più accondiscendente dei nostrani.

Ancora più sorprendente è come, nel bel mezzo di una crisi morale, politica ed economica, l’ad FIAT-Chrysler sia riuscito a rubare la scena perfino a Lui, Silvio Berlusoconi, facendo concentrare l’attenzione non tanto sulla sostanza del problema, quanto agli aspetti politico-sindacali delle sue scelte manageriali.

Come sono cambiati i toni e le parole dell’ad Fiat, dopo l’acquisizione di Chrysler: quasi non ci si crede che fu proprio Fausto Bertinotti, nell’estate del 2006, a definirlo “il borghese buono”, per la sua capacità di sedersi al tavolo con le parti sociali e di concludere finanche accordi vantaggiosi per l’azienda e per i lavoratori. Come ci si potrebbe interrogare come si sia arrivati al Marchionne che vuole escludere dalla rappresentanza i sindacati che non firmano, quando nemmeno 2 anni e mezzo fa sosteneva che: “L’efficienza non può essere l’unico elemento che regola la vita.

Marchionne ha molti soldi: lo dimostra il suo stipendio, che è 435 volte quello di un suo operaio (4,7 milioni di euro) e le sue stock option (10 milioni di euro). Solo re-investendo oggi quei suoi 10 milioni di stock option, arriverebbe a 100 milioni di euro tondi tondi.

In cambio di investimenti sul suolo italico, l’ad Fiat-Chrysler pretende obbedienza assoluta, senza discussioni, stracciando i vecchi contratti, violando l’art.40 della Costituzione, togliendo rappresentanza a chi si oppone. Pretese che sembrano farci tornare indietro di 60 anni, ai tempi dell’ingegner Valletta e dei suoi reparti-confino per i lavoratori comunisti iscritti alla CGIL.

Su un piatto della bilancia ci sono 20 miliardi (che forse saranno investiti, se il mercato lo permetterà), sull’altro la minaccia di chiudere bottega e delocalizzare all’estero. E questo Marchionne può farlo per due ragioni: non c’è un governo degno di questo nome; non ci sono partiti forti in grado di dettare l’agenda e non farsela dettare da uno che ha risanato la Fiat solo grazie ai trend positivi del mercato e a operazioni finanziarie ben strutturate.

La politica del resto è troppo debole per poter rispondere all’invasione di campo, e si divide tra chi suggerisce il sì perché non c’è scampo e chi, preso dall’euforia per il mondo nuovo, sostiene che la parola d’ordine non è difendere, ma cambiare (poco importa se è un cambiamento in negativo).

Del resto, se come propri rappresentanti i giovani e i lavoratori hanno gente come Chiamparino, che con orgoglio rivendica le sue giocate a scopone con Marchionne, o come Ichino, senatore PD, che addossa le colpe dei mancati investimenti stranieri in Italia non alla mafia e alla corruzione, ma alla FIOM e ai sindacati “dissidenti”, capite bene come giovani e lavoratori vengano consegnati nelle mani dell’antipolitica e dell’astensione. Con buona pace dei riformisti, che ancora si sforzano di mettere nello stesso Pantheon Berlinguer e Craxi (e in alcuni casi solo Craxi).

Lo stesso stereotipo di una FIOM che dice sempre no è falso. Basterebbe controllare la firma in calce agli ultimi contratti (Indesit, Ilva, Alenia, Selex Galilei, Elsag Datamat, Sirti, Alcatel e la Iveco di casa Fiat) per capire che quello che non va nel contratto di Mirafiori è l’atteggiamento di Marchionne e la sua volontà di comportarsi in Italia come farebbe in Cina o come ha fatto negli USA, dimenticandosi che da quelle parti i sindacati sono corporazioni e che sono anche azionisti-proprietari di Chrysler.

Lo diceva bene oggi sul suo blog Pippo Civati, quando ricordava che certe questioni dovrebbe essere la politica a porle, altrimenti la politica non serve a nulla. E che se i partiti di opposizione vogliono anche solo provare a dare una piccola speranza a questo paese, devono sbrigarsi a interpretare il ruolo istituzionale che hanno, senza lasciare libera iniziativa ai singoli capi-corrente sul tema. Perché una leadership mal esercitata, è una leadership inutile e inesistente. E danneggia il Paese e i lavoratori anzitutto.

Perché a ben vedere, se fra 20 anni gli storici dovessero rileggere le pagine dei quotidiani, di una cosa si accorgerebbero: non si parla di Fiat, non si parla di Italia. Si parla solo di Marchionne.

Commenta con il tuo account Facebook

Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

Lascia un Commento