Vajasse o quaquaraqua?

Negli ultimi mesi tiene banco l’ipotesi, ormai concreta, dell’imminente caduta del Governo Berlusconi.  Man mano che ci si avvicina alla data della presunta caduta (votazione di fiducia a Montecitorio e Palazzo Madama il 14 dicembre) è straziante assistere alle querelle in seno alle Camere e alla stessa maggioranza di governo.  Non che sia una novità ovviamente, ripensando ai simpatici epiteti di Bossi nel 94 quando tolse la fiducia al Governo Berlusconi I e la risposta del Cavaliere, la mortadella in Senato e lo champagne durante la votazione di fiducia del Governo Prodi nel 2008.

L’estate ha deliziato i lettori dei quotidiani  con gli estenuanti reportage sulla casa di Montecarlo del cognato del Presidente della Camera, appartenuta in precedenza ad Alleanza Nazionale, fino a quando le cronache non si sono concentrate sulla ben più appetibile Avetrana e il caso-Scazzi. Ma il tempo non è galantuomo e la crisi si è fatta più imminente. Fiducia sui 5 punti a parte, l’idillio fra Berlusconi e il neo costituito gruppo di finiani (Futuro e Libertà) ha ricominciato a farsi teso, fino alla definitiva uscita dal Governo di quest’ultimi, che di fatto ha sancito la pre-crisi dell’esecutivo.

Il resto è un susseguirsi di piccoli sabotaggi come i voti con l’opposizione sulla politica estera e, non ultimi, i tantissimi emendamenti che in questi giorni stanno stravolgendo il ddl Gelmini sull’assetto dell’università italiana. Tutto questo porta in luce l’evidente stato di difficoltà di manovra del governo, che certo tranquillo al suo interno non è. Un classico della sindrome d’accerchiamento è quando si cominciano a vedere nemici anche fra i “compagni di trincea” e questo, di fatto, è quanto successo nel caso Carfagna-Mussolini

Riportando la mera cronaca, il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna è da giorni sotto accusa per sospetto tradimento e, alla prima occasione utile, Alessandra Mussolini gliel’ha fatto notare senza mezzi termini.  Infatti la nipote del Duce ha colto la Carfagna intenta a dialogare con il capogruppo di Fli, Italo Bocchino e, per non venir meno alle sue consuete abitudini di gentildonna, ha ripetutamente urlato “vergogna” facendo foto con il cellulare. L’onorevole non è nuova a questo genere di querelle: prima delle Politiche del 2008 ha avuto un botta e risposta “hard” con  Daniela Santanché, quando le rispose per le rime alla sua insinuazione su come Berlusconi veda le donne in politica (“solo orizzontali”).

La tensione fra le “quote rosa” Pdl si è subito alzata: la Carfagna ha risposto piccata che, dato il clima, avrebbe accordato la fiducia, ma avrebbe dato le dimissioni sia da ministro che da parlamentare, aggiungendo che una come la Mussolini è una “vajassa”, inteso come donna di strada, dei bassifondi, volgare, ma abilmente interpretato nel senso più comune, quello del mestiere più vecchio del mondo. La replica della Mussolini non s’è fatta attendere: prontamente ha dichiarato che, qualora non avesse ricevuto delle scuse, non avrebbe votato la fiducia.

Nel corso della giornata di oggi  la “crisi” fra Carfagna e governo è rientrata; il ministro infatti ha dichiarato che non avrebbe lasciato i suoi incarichi. Quel che è peculiare di queste fasi è che sotto le crisi politiche e non, gli attori politici smettono di essere accountable per vestire i panni degli uomini di strada. Nelle fasi di crisi, i cittadini si aspettano autorevolezza, “guida” da parte dei loro leader. In Italia questi scenari invece danno l’immagine opposta. In questi giorni il Parlamento è impegnato sulla discussione del ddl Gelmini sulle università che, a detta di molti rettori, è necessario per il futuro degli atenei. Ci si aspetterebbe quindi un clima migliore, meno teso e sicuramente più professionale, dal momento che un’eventuale battuta d’arresto prima del voto di fiducia potrebbe seppellire definitivamente la riforma.

Basti pensare che in Giappone, lo scorso 22 novembre, un ministro sì è dimesso per una banalissima battuta.In Italia invece la politica è qualcosa di più: accuse di prostituzione, calunnie, insinuazioni, come la falsa laurea di Di Pietro e lo score universitario poco incoraggiante di Pierluigi Bersani. Nei momenti di crisi il cittadino guarda i suoi capi come punto di forza; se questi sono i capi forse è meglio girarsi dall’altra parte…

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Giorgio Pittella

Sono nato a Milano un anno e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, da genitori lucani portandomi nell sangue le diverse percezioni della penisola. Da sempre appassionato di politica, vengo insignito del titolo di "sindacalista" sin dalla quinta elementare e "comunista" sin dalle materne, quando le maestre scrutano preoccupate un mio disegno sui funerali di Berlinguer, con falce e martello ben in vista. Ho coniugato la mia passione con i miei studi, iscrivendomi alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano, e scrivendo per Qds. Da sempre appassionato di giornalismo, specialmente quello d'inchiesta. Vedo calare drasticamente la mia media voti alle scuole medie dopo un articolo nel giornalino di classe in cui accusavo la prof. di religione di valutare secondo simpatie e antipatie, venendo così meno ai buoni principi cristiani. Tra le mie altre collaborazioni, ho scritto di politica per il sito web di una web-radio e ho scritto per un web-giornale universitario. Sono anche molto appassionato di storia, di filosofia, di arte e di musica e sfegatato tifoso juventino

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