“Per la giustizia sociale. Per combattere e vincere mafie e camorre. Per battere pentapartiti e governi falliti. Per vedere affermati i diritti di donne, lavoratori, giovani e pensionati. Per far crescere la democrazia e l’equità sociale.” Queste le parole dell'ultima campagna di tesseramento del PCI. Non potrebbero essere sottoscritte dal PD del 2010?

PCI e PD a Confronto

Per la giustizia sociale. Per combattere e vincere mafie e camorre. Per battere pentapartiti e governi falliti. Per vedere affermati i diritti di donne, lavoratori, giovani e pensionati. Per far crescere la democrazia e l’equità sociale.”

Un annetto fa, nella mia folle ricerca di materiale sul Pci e su Berlinguer per il sito di Berlinguer, mi sono imbattuto nello slogan che avete appena letto, che altri non è che lo slogan utilizzato per l’ultima campagna di tesseramento del PCI.

Aldilà del contesto in cui furono scritte, la campagna “Compila e spedisci. Puoi avere belle soddisfazioni” e gli slogan annessi non potrebbero essere sottoscritti dal PD di Bersani del 2010? Certo, probabilmente sembrerebbe troppo sbilanciato a sinistra, in un partito dove oramai le alleanze si fanno con i bilancini elettorali e le parole si pesano con l’opportunometro, ma sta di fatto che il cosiddetto partito liquido (sempre più gassoso, in realtà) non regge il confronto con quel PCI accusato di essere in una crisi irrimediabile: a ben vedere, i partiti che si sono succeduti al timone della Sinistra hanno fatto molto peggio.

Nel 1989, infatti, il 90% di chi prende la tessera comunista per la prima volta va dai 18 ai 30 anni, mentre il totale delle tessere si ferma a quota 1.417.000, che era vissuta, diciamo così, come una tragedia, in quanto si era sempre viaggiati sopra il milione e mezzo. Dopo nemmeno un anno dalla Svolta della Bolognina, però, si precipita a 1.264.000 iscritti, mentre il primo tesseramento del PDS si ferma a quota 789.000 iscritti. A conti fatti, quindi, sebbene Occhetto avesse vinto con il 70%, quasi un iscritto su due non si riconosce nel nuovo partito (che a parte nome e simbolo non era per nulla diverso dal vecchio PCI).

Se dovessimo stare a sentire Fassino, allora responsabile dell’organizzazione, si sarebbe trattato dell’inevitabile prezzo che si paga in un momento di transizione. Una frase, che, in realtà, verrà ribadita da tutti i dirigenti della Quercia nel perenne quindicennio di transizione fino al PD. Perché se anche contiamo i 534.000 iscritti dei DS e li sommiamo ai 90.000 di Rifondazione, non arriviamo certo al 1.417.000 iscritti del presunto PCI agonizzante e morente.

Per quanto riguarda invece il PD, a tre anni dalla fondazione non si sa nemmeno bene il numero totale degli iscritti (quelli al Congresso dell’anno scorso erano 800.000 e passa, ma pare che poco più della metà abbia deciso di rinnovare la tessera): addirittura i partecipanti alle primarie 2007, in alcuni paesi del Sud, sono stati più degli elettori votanti, a dimostrazione del fatto che molti sono elettori del centro-destra che, per onorare piccoli tributi clientelari o inquinare le elezioni (come a Firenze con Renzi), non condividono assolutamente il progetto democratico. Se nel PCI addirittura bisognava superare l’esame agli albori, i suoi eredi fanno entrare cani e porci. Più porci che cani, a quanto pare.

Se anche mettessimo insieme gli iscritti dichiarati da PD e PDL non arriviamo alla quota di iscritti del PCI del 1989. Se il PCI era in crisi, i suoi eredi sono allora morti viventi.

Ma facciamo anche un paragone con gli organi elettivi: dal novembre del 1988 tutti i gruppi dirigenti sarebbero stati votati solo per voto segreto. “Mai più liste bloccate proposte dal vertice”, tuonò il solito Fassino, facendo presente come potessero partecipare all’elezione non solo gli iscritti, ma anche l’elettorato comunista. Se in questo modo, i cosiddetti quarantenni riuscirono a sfondare, è curioso come un partito nuovo come il PD sia completamente l’opposto: nessun rinnovamento, voto palese, liste bloccate. La fiera della democrazia, insomma.

Un leit motiv ricorrente dei democrats de noantri è che con il solo “partito identitario”, com’era il PCI, non si vince, perchè bisogna guardare al centro: eppure a ben vedere era molto meno monolite il PCI di Occhetto del 1989 del PD di oggi, che tra fondazioni e correnti si è trasformato in una caricatura di quello che doveva essere.

Nella Giraffa, come lo definì una volta Togliatti, convivevano riformisti e rivoluzionari, radicali e moderati, filosovietici e antisovietici, ingraiani e amendoliani, neo-berlingueriani e miglioristi, ma di fronte all’avversario comune tutte le parti collaboravano positivamente per portare avanti l’ideale e l’idea.

Oggi nel Partito Democratico esistono fazioni che non sono meno in contrasto di quelle del PCI, eppure la sensazione diffusa nell’elettorato è che al centralismo democratico abbiano sostituito il CASINO. Ulivisti puri, Miglioristi superstiti, Dalemiani, Veltroniani, laburisti, popolari, franceschiniani, bersaniani, mariniani. Con una differenza: non essendoci l’ideale e l’idea comune, ognuno insegue la sua e tutti fanno da soli. Con il risultato che gli elettori scappano, perché si sono stancati di farsi prendere in giro.

E come è ovvio, di fronte a quella che Enrico Berlinguer definiva “la folle corsa verso il centro, e quindi verso destra, dei partiti di governo“, l’elettorato ha cominciato a mettere da parte i calcoli e ha cominciato a ragionare anche con il cuore, non solo con la testa: ne sono l’esempio Vendola in Puglia e, ora, Giuliano Pisapia a Milano. Inseguire il centro ha portato il PD ad un imbarazzante 23% nei sondaggi (cioè ben lontano da quel 33,3% preso dal PD di Veltroni e da quel 34,4% preso dal Pci di Berlinguer), con l’unico risultato che rischia di essere cannibalizzato da Vendola, che ha alle spalle un partito fondato sul suo carisma, più che sull’appartenenza ideale.

Ultimo impietoso confronto: alle Europee del 1989 il PCI di Occhetto prese il 27%, mentre il PD 20 anni dopo (nato per andare oltre l’elettorato tradizionale) si è fermato al 26%. Una catastrofe, ideale ed elettorale, nonchè culturale.

Insomma “Il Compila e Spedisci. Puoi avere belle soddisfazioni” dell’ultimo PCI si è trasformato nel “Colpisci e Spedisci (magari in Africa). Puoi avere grandi fregature”.

E la domanda è: quante batoste elettorali, ideali e culturali dovrà prendere il PD, prima che si decida a cambiare rotta? Probabilmente dovrà perdere anche le primarie nazionali, prima che qualcuno capisca la più lapalissiana delle esigenze del popolo italiano: dire e fare Qualcosa Di Sinistra.

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Pierpaolo Farina

Classe 1989, milanese, blogger, sociologo, scrittore. Nel 2009 ho creato enricoberlinguer.it, nel 2010 il blog Qualcosa di Sinistra. Sono il padre di WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, co-fondata nel 2012 insieme a Francesco Moiraghi. Nel 2013 ho scritto il libro "Casa per Casa, Strada per Strada". Nel 2014 mi sono laureato in Scienze Sociali con una tesi su Mafia e Capitalismo con Nando dalla Chiesa. Nel 2015 ho dato vita a MafiaMaps, prima app antimafia. Scrivo per riviste scientifiche, mi occupo di comunicazione politica e social media. Last but not least, fotografo con Sophie, la mia Canon 6D.

9 commenti

  1. Siamo sempre in attesa che il PD si svegli e ritorni a spostare le sue idee verso sinistra e non verso il centro.Non bisogna aver paura di non governare, perchè a volte l’opposizione vera, passionale può portare lo stesso ad alcuni risultati.Quello che manca sono le proposte e l’opposizione, perchè si è conniventi con questo sistema. Azzerare e ripartire…

  2. Sì, bisogna riazzerare e ripartire… ma quanti riazzeramenti ci possiamo permettere? E’ ora che il PD decida cosa voglia fare da grande: inseguire il centro o dare una nuova voce e una nuova anima alla Sinistra. Anche se dubito che ne sia capace.

  3. LiberoSostenibile

    Purtroppo il Pd non è di sinistra, è questo il problema, vuole apparirlo, ma non lo è, deliziandoci quotidianamente di grandi spettacoli di funambulismo su una linea di confine claustrofobica tra centro e sinistra, sulla quale non riesce ad andare avanti, perché ha costantemente paura di sbilanciarsi da un lato per il timore di cadere. Ci vogliono idee chiare e nessuna posizione lasciata ai fraintendimenti, solo così potrà crescere ed evitare il collasso dei suoi voti!!!

  4. Per questo non sarebbe un dramma se si rimanesse all’opposizione, se è il prezzo da pagare per avere una vera linea politica di sinistra. La credibilità si acquista con l’avere l’idee chiare senza dover accontentare nessuno.

  5. E’ difficile provare a cambiare questo Paese, stando sempre all’opposizione… certo è che non si può pretendere di andare al governo con le armate brancaleone dove si fa di tutto, tranne che cambiare il Paese.

  6. Ma se non si riesce a mettere in campo nessuna idea, come sta accadendo ora al PD il paese non darà mai l’occasione di governare!A volte da una vera opposizione nascono idee giuste per la vita del paese!!

  7. Appunto. Sarebbe meglio, visto che siamo già opposizione, mettere davvero in campo l’alternativa, con proposte chiare. Regna l’indeterminatezza, la confusione, la demenza: e questo purtroppo non aiuta nè a sviluppare una pratica quotidiana dell’ideale (relegato perlopiù a salotti d’elite) nè tanto meno ad uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata tutta la Sinistra negli ultimi cinque anni.

  8. Il p.c.i. di Berlinguer è stato l’unico che aveva cambiato non il paese ma almeno c’era un progetto rispettato anche dagli avversari oggi la difficoltà è partire di nuovo da zero,solo che non si possono più fare comizi ne tantomeno organizzarsi nelle fabbriche,vedete cosa sta pagando la f.i.o.m.

  9. Sì, Rino. Ma con quello che cerchiamo di fare qui, con il sito, l’associazione e questo blog, cerchiamo di recuperare i fondamentali… e non ripartire completamente da zero…

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