[...]“Da Firenze, patria di bellezza, ci mettiamo in gioco. Senza pretendere posti, senza rivendicare spazi, senza invocare protezioni. Senza chiedere ad altri cio' che dobbiamo prenderci da soli”. Questo è un breve stralcio della cosiddetta “Carta di Firenze”, simbolo della ripartenza di un partito che vuol rinascere iniziando a rinnovarsi dal suo interno. [...]

Il Partito democratico riparte da Firenze

Prossima fermata Italia: questo è stato il titolo scelto da Matteo Renzi e Pippo Civati per la tre giorni svoltasi a Firenze durante lo scorso fine settimana. La metafora è semplice e al tempo stesso intelligente nella sua elaborazione; il Partito democratico è sotto certi aspetti una locomotiva che si è fermata e deve ripartire quanto prima. Lo deve fare nella consapevolezza che il Paese non può aspettare ancora, e nemmeno il centrosinistra può permettersi di rimanere immobile. Il treno come metafora di cammino, di vagoni composti da passeggeri talvolta sconosciuti ma comunque capaci di dire con la forza del loro anonimato: “ascoltateci perché ora tocca a noi”.

Sono intervenuti ciascuno portando una parola (solo per citarne alcune mi viene in mente: merito, sud, fiducia, banda larga, fisco, primarie, lavoro, ambiente, legalità, giustizia fiscale, pace, equality, green economy, coraggio, migranti, tunnel, speranza… e moltissime altre ancora).

Queste persone, venute da ogni parte d’Italia, di tutte le età, alcune famose e molte altre no, sono riuscite in cinque minuti a regalare alla platea una serie di riflessioni e di proposte che tanti politici professionisti non riescono ad elaborare nemmeno in ore di discorsi fumosi.

Da Firenze, patria di bellezza, ci mettiamo in gioco. Senza pretendere posti, senza rivendicare spazi, senza invocare protezioni. Senza chiedere ad altri cio’ che dobbiamo prenderci da soli”. Questo è un breve stralcio della cosiddetta “Carta di Firenze”, simbolo della ripartenza di un partito che vuol rinascere iniziando a rinnovarsi dal suo interno.

Per chi come me era presente non sarà facile dimenticare questa lezione di democrazia, il rispetto dei tempi degli interventi, e soprattutto la suggestiva scenografia che faceva da contorno ad un evento originale nel suo genere, abilmente condotto in tandem da Renzi e Civati.

Dall’esterno può essere sembrata una parata di “giovani ribelli” che polemizzano o scalpitano per sedersi in quelle poltrone su cui è scritta da troppo tempo la frase: “posto occupato”; invece sorprende rendersi conto che a Firenze si è parlato quasi esclusivamente di temi concreti. Sono sorte decine e decine proposte non semplicemente provocatorie; anzi spesso pratiche e intelligenti. Solo per citarne una tra le tante mi viene in mente quella di un commerciante di Prato secondo cui per combattere l’evasione è necessario introdurre anche in Italia il sistema fiscale americano. Altri hanno messo in risalto la necessità di una maggiore giustizia sociale, di disarmo, di attenzione ai problemi ambientali. C’è poi chi ha citato il tema dei diritti civili, chi della solidarietà, del precariato, della lotta alla criminalità ed a proposito di mafia non è stato nemmeno omesso di sottolineare l’errore del Pd siciliano di allearsi con Lombardo. Sono stati fatti interventi da parte di gente di tutte le età, ragazzi giovanissimi, anziani, uomini, donne, politici di professione, politici delle amministrazioni locali, ma non solo; hanno parlato pure Sergio Staino, Giulia Innocenzi, Debora Serracchiani, Ivan Scalfarotto, Michele Emiliano, Salvatore Vassallo. L’ elenco sarebbe lunghissimo e ovviamente è impensabile ricordarli tutti.

Certamente non sarebbe né logico né tantomeno corretto sostenere che tutti gli interventi siano stati di pari levatura, così come è innegabile che alcuni dei relatori fossero presenti principalmente in quanto amici dei due aspiranti “leaders” Civati e Renzi. Questa se vogliamo è la vera critica che si può e si deve muovere nei confronti degli organizzatori. Senza entrare troppo nel dettaglio, può sotto certi aspetti essere apparso imbarazzante notare salire sul palco determinati personaggi. Non si spiega infatti per quale ragione si parli di “rottamazione”, di rinnovamento, di ricambio e poi si vedano comparire a questa stupenda assemblea politici alla quinta legislatura come Giovanna Melandri o altri parlamentari ugualmente ben consolidati da quasi venti anni nel loro ruolo a cui difficilmente saranno disposti a rinunciare.

Caro Renzi, dicci un po’: “la tua proposta di far applicare alla lettera lo statuto del Pd, ovvero di porre un limite alle tre legislature vale per tutti oppure per i tuoi amici si chiude un occhio? Dicci la verità, per favore.”

Tutti coloro che erano presenti alla Leopolda non possono far altro che augurarsi un vero rispetto delle regole. Rispetto delle regole significa che non devono essere fatte distinzioni né eccezioni, e che quindi una volta concluso il terzo mandato, anche gli amici dei “rottamatori” dimostrino fair play e si facciano “rottamare”.

Questo punto, così come l’innegabile dato di fatto che ahinoi, il sindaco fiorentino non stia simpatico a tutti è un un dato da tenere presente.

Il suo modo di fare da showman talvolta fa sorridere, lo fa sentire più vicino alla gente, ma talvolta attira critiche e lo fa risultare presuntuoso o supponente.

L’essere poi “padrone di casa” nella sua Firenze l’ha reso ancor più sicuro di sé stesso, un po’ autoreferenziale; non certo simpatico alla classe dirigente del Partito democratico che stava riunendosi nel frattempo a Roma.

Già, guardate che coincidenza: tra tante date per convocare l’assemblea dei circoli del Pd Bersani ha scelto proprio sabato 6 novembre in concomitanza con l’evento di Firenze.

Sarà un caso? Mah… cari amici, cerchiamo di non essere ipocriti. E’ quantomai evidente che se nel Pd qualcuno la pensa in modo difforme dallo stato maggiore del capo “occulto” D’Alema, si fa di tutto per isolarlo e denigrarlo. Questo paradossalmente avviene proprio nel momento più importante della legislatura, il periodo del lento ma inesorabile declino dell’era berlusconiana.

Non è un segreto ammettere che il Partito democratico appare all’opinione pubblica oggi come ieri incapace di parlare una lingua univoca; si dimostra costantemente diviso al suo interno in fazioni, correnti, movimenti, chiamateli come volete.

E’ innegabile che il processo unificativo trai partiti fondatori non sia arrivato al suo termine; permangono troppi distinguo tra ex Margherita ed ex Ds. Non va bene, non ci siamo!

E’ masochismo allo stato puro contrapporsi esattamente ora che davanti a noi c’è una strada spianata verso una futura possibile nuova esperienza di governo. Io mi chiedo e vi chiedo: “perché sabato sono arrivati dalla platea di Roma i fischi all’indirizzo di Renzi e Civati?”

Non accettare la presenza di voci alternative che vogliono contribuire alla formazione di un pensiero condiviso e alla crescita del Pd è un grave errore. Equivale a chiudersi ed ergersi custodi dell’unica verità, depositari di uno stile arcaico di gestione del partito, di un linguaggio che mai attrarrà coloro che sfiduciati, da tempo che ingrossano il “partito dell’astensionismo” o si fanno incantare da Beppe Grillo. Certo però che soddisfazione rispondere con un lungo applauso a quei fischi! Non è facile descrivere quei momenti; alzarsi in piedi e dire alla segreteria nazionale del Pd: “noi vi auguriamo buon lavoro” è stata una splendida una lezione di civiltà e di educazione.

Nell’intervento conclusivo di Civati, c’è una frase che più di ogni altra rappresenta a pieno titolo il senso di questi tre giorni: “noi non siamo una corrente, ma che noia, ma chi se ne frega delle correnti, noi siamo una campagna, un’energia, un punto di vista, tanti punti di vista, un elemento di partecipazione al Pd; se Bersani ce lo chiede gliela organizziamo anche a lui questa iniziativa qua, volentieri!”. “La Leopolda è stato, gioco, partita, ma è stato soprattutto incontro e il Pd è Pd solo se parla di Paese e non di sé stesso”.

Ecco, questo è il punto di partenza; e tra uno spezzone di un film, una canzone ed uno stralcio di cartone animato, a Firenze il Pd è riuscito ad uscire allo scoperto in modo originale, è riuscito ad unire anziché a dividere come qualcuno poteva pensare. Ora spetta a tutti coloro che davvero credono nella possibilità di un cambiamento autentico, raccogliere la preziosa eredità di tre giorni democratici che chissà, magari potrebbero essere un giorno definiti come l’emblema dell’inizio della terza repubblica.

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alexbonini

33 anni; laureato in scienze politiche a Pisa, oggi lavora come impiegato, da sempre sostenitore del progetto ulivista e del Partito democratico inteso come superamento dei vecchi schieramenti e non semplicemente come sommatoria degli stessi. Ha appoggiato attivamente Ignazio Marino durante le primarie del 2009.

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